“It is the role of the media to build a unified stand against Article 308 and to raise the level of debate to make it a public opinion issue,”
“If these two countries were able to do it, I don’t see any reason why we cannot do it here as well in Jordan,”jordantimes 2014
La ratio della legge 308, in un Paese in cui gli stereotipi e le abitudini sono terribilmente difficili da cambiare, non era di certo quella di favorire gli stupratori. Piuttosto voleva essere un tentativo di restituire dignità alle vittime. Ovviamente il risultato è stato misero.
Quello che va sottolineato, oltre all'ipocrisia del solito polverone alzato a livello internazionale dalle organizzazioni per i diritti e l'uguaglianza, è come alla fine la questione vera sia il mare magnum di protagonisti e problemi tra i quali la Giordania deve barcamenarsi.
Al punto tale che deve intervenire un membro della casa reale per fare appello ai media affinchè qualcosa si muova. Tra le sovvenzioni degli americani che non mancano di chiedere una contropartita, una popolazione immensa divisa in etnie e religioni varie, l'intelligence che vuole essere il vero governo del Paese, le questioni politiche e commerciali tipiche di uno snodo importante del medio-oriente, una legge così bislacca rappresentava l'unico remo di salvezza.
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martedì 25 aprile 2017
domenica 23 aprile 2017
Reshuffle
Da ministro Al Thoraifi ha fatto quello che aveva fatto da direttore di giornale.
Un tocco di internazionalità per favorire il dialogo sia a livello istituzionale che tra la gente.
Ha scelto però il momento sbagliato.
L'Arabia Saudita è in guerra con la galassia sciita e tutti i suoi proxy e i sauditi di canali e giornali stranieri ne hanno a bizzeffe. Adesso vogliono che sia data loro una voce da fare ascoltare al re e al governo. Il malcontento quindi è cresciuto sempre più. Decisamente una maniera pessima per assolvere al compito di ministro dell'informazione in un Paese del Golfo.
Al malcontento si è messa una pezza restituendo parte dei salari degli impiegati statali venuti a mancare per un deficit e facendo fuori il ministro responsabile che è indagato per presunti ammanchi e che mesi addietro aveva avuto la geniale idea di affermare in pubblico che i sauditi sono degli sfaticati che manderanno in fallimento lo stato.
Per il resto sua maestà Salman, risistemando i governatori e piazzando l'altro figlio come Ambasciatore degli Stati Uniti. ha riaffermato il proprio potere interno e una linea estera aggressiva.
Un tocco di internazionalità per favorire il dialogo sia a livello istituzionale che tra la gente.
Ha scelto però il momento sbagliato.
L'Arabia Saudita è in guerra con la galassia sciita e tutti i suoi proxy e i sauditi di canali e giornali stranieri ne hanno a bizzeffe. Adesso vogliono che sia data loro una voce da fare ascoltare al re e al governo. Il malcontento quindi è cresciuto sempre più. Decisamente una maniera pessima per assolvere al compito di ministro dell'informazione in un Paese del Golfo.
Al malcontento si è messa una pezza restituendo parte dei salari degli impiegati statali venuti a mancare per un deficit e facendo fuori il ministro responsabile che è indagato per presunti ammanchi e che mesi addietro aveva avuto la geniale idea di affermare in pubblico che i sauditi sono degli sfaticati che manderanno in fallimento lo stato.
Per il resto sua maestà Salman, risistemando i governatori e piazzando l'altro figlio come Ambasciatore degli Stati Uniti. ha riaffermato il proprio potere interno e una linea estera aggressiva.
mercoledì 29 marzo 2017
lunedì 13 febbraio 2017
Quando Muammar sognava Dubai
Andare a Dubai per me è sempre stata una sofferenza.
Certo ci si trova tutto quello che nemmeno in Italia spesso arriva.
Computer di ultima generazione, libri in tutte le lingue, arredamenti da favola. Il centro del mondo. Non vedevo comunque l’ora che arrivasse il pomeriggio per riprendere l’aereo e tornarmene a casa. Anche l’Oman è in piena fase di modernizzazione ed apertura alla galassia occidentale in tutte le sue espressioni. Ma rimane anche al passo con i suoi tempi e la storia che ha attraversato. Ancora oggi le famiglie fanno colazione alla mattina sedute per terra prendendo il riso con le mani da un unico piatto messo al centro della stanza. Al venerdì vanno a trovare le famiglie al villaggio. Se ne stanno in silenzio ad ascoltare i discorsi della matriarca. Non è strano doversi fermare in pieno centro nella capitale per lasciare il passo ad un paio di cammelli che ti attraversano la strada. A Dubai è tutto caotico e al tempo stesso tutto troppo perfetto. I taxi fanno capo ad una compagnia. I tassisti parlano rigorosamente inglese e sono stranieri. Hanno tutti il tassametro. In Oman puoi rimanere anche un’ora sotto al sole in Agosto a cercare di spiegare a gesti ad un omanita che è venuto dalle zone interne con la sua macchina per farsi un malloppo prima di una festività nazionale, e quindi nemmeno conosce Muscat, che il fatto che sei bianca ed occidentale non gli dà il diritto a fregarti il triplo del dovuto. In Oman si riesce ancora a sentire il respiro della vita.
“Gaddafi called me and told me ‘Mohammed, I would like to establish a city in Libya that is similar to Dubai’,”
“Of course I could not say no to an Arab country that had requested our help. Therefore, we sent a specialised delegation. They travelled and they surveyed and inspected the site and visited the capital,” "When the team decided to start their work the fights and conflicts started as well. The conflicts from the levels that were above Gaddafi, so the team started to notice that there was a problem at the top and they could not proceed,” “If that project was to be have been achieved it would have been an economic city for the African continent and Libya and Libya would have a way better situation,” Sheikh Mohammed Bin Rashed al Makhtoum World Government Summit
Dubai non è solo un agglomerato di case o un quartiere di banche e consolati. Non solo alberghi, spiagge, palazzi da favola.
Dubai è la consapevolezza che per vivere bisogna relazionarsi al mondo esterno. Che non basta più aspettare il terreno in regalo dal governo e il posto sicuro al ministero. Bisogna studiare, imparare le lingue, lavorare. E rimanere ancorati alle proprie tradizioni.
Accogliere il mondo e pretendere rispetto così come bisogna portare rispetto verso le tradizioni degli altri. Per fare questo Mohammed Bin Rashed e tutti gli altri regnanti del Golfo hanno messo il potere nelle mani del loro popolo. Li hanno responsabilizzati. Anche la Shura è democrazia. Una istituzione che ha potere di parlare e consigliare i propri governanti è spesso più incisiva di un parlamento.
Mohammed Bin Rashed e anche Qaboos ogni tanto girano per i villagi e nel deserto. Si siedono ad ascoltare le lamentele e le richieste e prendono nota. Danno istruzioni e poi tornano a controllare che tutto sia andato a posto. Che la gente abbia compreso il proprio ruolo.
Gaddafi aveva in animo di realizzare una piccola Dubai in Libia perchè la vedeva come la soluzione a tutti i problemi. Ma non si può aprire al mondo se non hai ancora aperto al tuo Paese.
Di certo gli Emirati non sono perfetti. Ancora intrisi di rivalità tribali, razzismo,oppressione. Però la popolazione sa che c'è modo di risolvere i problemi parlando con il capo, che è uno di loro.
Questo mancava a Gaddafi. Una visione. O forse l'aveva ma non aveva il coraggio di cambiare le vecchie impostazioni che lo mantenevano ancorato al potere.
Certo ci si trova tutto quello che nemmeno in Italia spesso arriva.
Computer di ultima generazione, libri in tutte le lingue, arredamenti da favola. Il centro del mondo. Non vedevo comunque l’ora che arrivasse il pomeriggio per riprendere l’aereo e tornarmene a casa. Anche l’Oman è in piena fase di modernizzazione ed apertura alla galassia occidentale in tutte le sue espressioni. Ma rimane anche al passo con i suoi tempi e la storia che ha attraversato. Ancora oggi le famiglie fanno colazione alla mattina sedute per terra prendendo il riso con le mani da un unico piatto messo al centro della stanza. Al venerdì vanno a trovare le famiglie al villaggio. Se ne stanno in silenzio ad ascoltare i discorsi della matriarca. Non è strano doversi fermare in pieno centro nella capitale per lasciare il passo ad un paio di cammelli che ti attraversano la strada. A Dubai è tutto caotico e al tempo stesso tutto troppo perfetto. I taxi fanno capo ad una compagnia. I tassisti parlano rigorosamente inglese e sono stranieri. Hanno tutti il tassametro. In Oman puoi rimanere anche un’ora sotto al sole in Agosto a cercare di spiegare a gesti ad un omanita che è venuto dalle zone interne con la sua macchina per farsi un malloppo prima di una festività nazionale, e quindi nemmeno conosce Muscat, che il fatto che sei bianca ed occidentale non gli dà il diritto a fregarti il triplo del dovuto. In Oman si riesce ancora a sentire il respiro della vita.
“Gaddafi called me and told me ‘Mohammed, I would like to establish a city in Libya that is similar to Dubai’,”
“Of course I could not say no to an Arab country that had requested our help. Therefore, we sent a specialised delegation. They travelled and they surveyed and inspected the site and visited the capital,” "When the team decided to start their work the fights and conflicts started as well. The conflicts from the levels that were above Gaddafi, so the team started to notice that there was a problem at the top and they could not proceed,” “If that project was to be have been achieved it would have been an economic city for the African continent and Libya and Libya would have a way better situation,” Sheikh Mohammed Bin Rashed al Makhtoum World Government Summit
Dubai non è solo un agglomerato di case o un quartiere di banche e consolati. Non solo alberghi, spiagge, palazzi da favola.
Dubai è la consapevolezza che per vivere bisogna relazionarsi al mondo esterno. Che non basta più aspettare il terreno in regalo dal governo e il posto sicuro al ministero. Bisogna studiare, imparare le lingue, lavorare. E rimanere ancorati alle proprie tradizioni.
Accogliere il mondo e pretendere rispetto così come bisogna portare rispetto verso le tradizioni degli altri. Per fare questo Mohammed Bin Rashed e tutti gli altri regnanti del Golfo hanno messo il potere nelle mani del loro popolo. Li hanno responsabilizzati. Anche la Shura è democrazia. Una istituzione che ha potere di parlare e consigliare i propri governanti è spesso più incisiva di un parlamento.
Mohammed Bin Rashed e anche Qaboos ogni tanto girano per i villagi e nel deserto. Si siedono ad ascoltare le lamentele e le richieste e prendono nota. Danno istruzioni e poi tornano a controllare che tutto sia andato a posto. Che la gente abbia compreso il proprio ruolo.
Gaddafi aveva in animo di realizzare una piccola Dubai in Libia perchè la vedeva come la soluzione a tutti i problemi. Ma non si può aprire al mondo se non hai ancora aperto al tuo Paese.
Di certo gli Emirati non sono perfetti. Ancora intrisi di rivalità tribali, razzismo,oppressione. Però la popolazione sa che c'è modo di risolvere i problemi parlando con il capo, che è uno di loro.
Questo mancava a Gaddafi. Una visione. O forse l'aveva ma non aveva il coraggio di cambiare le vecchie impostazioni che lo mantenevano ancorato al potere.
lunedì 9 gennaio 2017
Frigoriferi iraniani in cerca di ciambelle di salvataggio italiane
Nel lontano 1938 la Banca Nazionale d’Iran commissionò una serra da collocare all’interno del giardino della sede di Teheran. Si trattava di una struttura di ferro e vetro molto solida e anche esteticamente curata che non comportò una spesa eccessiva. Il lavoro dell’ARJ fu talmente apprezzato da ricevere non solo encomi ma anche altri ordini. Il fondatore dell’azienda, Khalil Arjomand, era un giovane ingegnere di talento che, beneficiando delle borse di studio messe a disposizione dal governo, aveva trascorso diversi anni in Europa a studiare la tecnologia che in Iran mancava e a trarre ispirazione dai modelli operativi francesi e tedeschi che erano garanzia di qualità e produttività. Tornato in patria, aprì un piccolo laboratorio che si occupava della lavorazione di metalli leggeri e con il passare del tempo ampliò la sfera d’azione nel settore elettromeccanico, diventando il fornitore preferito da aziende, governo ed elite. Alla sua morte la missione di ARJ fu affidata ai fratelli Eskandar e Siavosh i quali continuarono a tenere le redini di un polo industriale diventato un’eccellenza in medio-oriente e partner di peso di aziende americane. Nel solco tracciato da Khalil, ARJ veniva in soccorso delle fasce povere della popolazione e creava lavoro anche attraverso numerose borse di studio destinate a giovani studenti meritevoli.
A metà degli anni cinquanta il gruppo passò da una produzione per pochi e su richiesta a una di massa. Elettrodomestici di ottima qualità venduti a prezzi ragionevoli. Il successo della famiglia Arjomand non fu intaccato nemmeno dal clima d’intolleranza che si respirava in Iran nei confronti della setta religiosa alla quale essa apparteneva. Sia lo Shah sia il figlio usavano i Bahais per controbilanciare lo strapotere dei mullah ma volevano anche portare avanti un nuovo corso rispetto alle politiche oscurantiste, in materia di minoranze religiose, perpetrate dalle monarchie del Golfo. Mohammed Reza ebbe anche modo di apprezzare il lavoro degli Arjomand quando, di ritorno dal viaggio di nozze, trovò ad accoglierlo un arco di metallo decorato posto sulla via da percorrere fino a palazzo.
Come tutte le aziende che subirono la nazionalizzazione all’indomani della rivoluzione, ARJ nel corso degli anni vide crollare a picco la produzione. Tra sussidi di stato, abbassamento dei costi di produzione a scapito della qualità e passaggi di mano (i fratelli Arjomand se ne andarono in America) il colosso iraniano cumulò debiti che non riuscì a ripagare. Vittima anche dell’incremento del volume delle importazioni causato dalle politiche finanziarie dell’Iran, l’intero settore subì un crollo.
A Giugno dello scorso anno l’agenzia di notizie Tasnim riferì della chiusura di ARJ e dei conseguenti licenziamenti. Secondo l’allora CEO invece, l’intenzione era quella di cercare investitori. La proprietà nel frattempo era andata proprio alla banca nazionale d’Iran che l’aveva svenduta a pezzi. Altro motivo questo, del fallimento di molte aziende iraniane cadute nelle grinfie di organismi e personaggi che nulla avevano a che fare con la gestione di determinati settori industriali. Alla fine il governo di Rouhani non è voluto venire più in soccorso di aziende come ARJ.
Giorni fa il responsabile del settore al ministero dell’industria iraniana ha annunciato l’inizio di trattative con multinazionali del calibro di General Electric e Whirlpool (per l’Italia sarebbe interessata l’Ariston) per tentare di salvare le tante aziende di elettrodomestici ormai al collasso. Abbas Hashemi ha parlato di join ventures ma soprattutto d’investimenti in tecnologia. A quanto è dato capire l’idea sarebbe di far restare la proprietà in mani iraniane. Piano questo che, come accaduto nel settore delle automobili, poco alletta gli investitori stranieri che tendono a dare il colpo finale inglobando tutto. Altro snodo cruciale è il reale stato di salute di queste aziende. Dopo decenni di bilanci disastrati e cattiva gestione da parte di funzionari corrotti, non è chiaro se la svendita degli assetti abbia permesso di rientrare degli enormi debiti accumulati e quale sia la posizione dei lavoratori licenziati. Si tratta di un mercato molto appetibile, da quasi cinquecento milioni di dollari, che come gli altri ha sofferto per le sanzioni ma che va studiato nel dettaglio.
Foto Iranicaonline, Ministry of Ind.Mine&Trade Republic of Iran
A metà degli anni cinquanta il gruppo passò da una produzione per pochi e su richiesta a una di massa. Elettrodomestici di ottima qualità venduti a prezzi ragionevoli. Il successo della famiglia Arjomand non fu intaccato nemmeno dal clima d’intolleranza che si respirava in Iran nei confronti della setta religiosa alla quale essa apparteneva. Sia lo Shah sia il figlio usavano i Bahais per controbilanciare lo strapotere dei mullah ma volevano anche portare avanti un nuovo corso rispetto alle politiche oscurantiste, in materia di minoranze religiose, perpetrate dalle monarchie del Golfo. Mohammed Reza ebbe anche modo di apprezzare il lavoro degli Arjomand quando, di ritorno dal viaggio di nozze, trovò ad accoglierlo un arco di metallo decorato posto sulla via da percorrere fino a palazzo.
Come tutte le aziende che subirono la nazionalizzazione all’indomani della rivoluzione, ARJ nel corso degli anni vide crollare a picco la produzione. Tra sussidi di stato, abbassamento dei costi di produzione a scapito della qualità e passaggi di mano (i fratelli Arjomand se ne andarono in America) il colosso iraniano cumulò debiti che non riuscì a ripagare. Vittima anche dell’incremento del volume delle importazioni causato dalle politiche finanziarie dell’Iran, l’intero settore subì un crollo.
A Giugno dello scorso anno l’agenzia di notizie Tasnim riferì della chiusura di ARJ e dei conseguenti licenziamenti. Secondo l’allora CEO invece, l’intenzione era quella di cercare investitori. La proprietà nel frattempo era andata proprio alla banca nazionale d’Iran che l’aveva svenduta a pezzi. Altro motivo questo, del fallimento di molte aziende iraniane cadute nelle grinfie di organismi e personaggi che nulla avevano a che fare con la gestione di determinati settori industriali. Alla fine il governo di Rouhani non è voluto venire più in soccorso di aziende come ARJ.
Giorni fa il responsabile del settore al ministero dell’industria iraniana ha annunciato l’inizio di trattative con multinazionali del calibro di General Electric e Whirlpool (per l’Italia sarebbe interessata l’Ariston) per tentare di salvare le tante aziende di elettrodomestici ormai al collasso. Abbas Hashemi ha parlato di join ventures ma soprattutto d’investimenti in tecnologia. A quanto è dato capire l’idea sarebbe di far restare la proprietà in mani iraniane. Piano questo che, come accaduto nel settore delle automobili, poco alletta gli investitori stranieri che tendono a dare il colpo finale inglobando tutto. Altro snodo cruciale è il reale stato di salute di queste aziende. Dopo decenni di bilanci disastrati e cattiva gestione da parte di funzionari corrotti, non è chiaro se la svendita degli assetti abbia permesso di rientrare degli enormi debiti accumulati e quale sia la posizione dei lavoratori licenziati. Si tratta di un mercato molto appetibile, da quasi cinquecento milioni di dollari, che come gli altri ha sofferto per le sanzioni ma che va studiato nel dettaglio.
Foto Iranicaonline, Ministry of Ind.Mine&Trade Republic of Iran
martedì 6 dicembre 2016
العرضة Il re guerriero e ballerino
Le danze tribali sono molto belle e significative.
Espressione di appartenenza e forza.
La notizia non è tanto che sua maestà si sia messo a ballare.
E' un costume al quale i regnanti non si sottraggono.
Beato lui che gliela fa.
Bella accoglienza. Solo per il corteo vorrei diventare regina.
Espressione di appartenenza e forza.
La notizia non è tanto che sua maestà si sia messo a ballare.
E' un costume al quale i regnanti non si sottraggono.
Beato lui che gliela fa.
Bella accoglienza. Solo per il corteo vorrei diventare regina.
sabato 3 dicembre 2016
Dagli omogeneizzati alla morfina
Vi sono fattori sociali in termini di capacità di integrazione da parte di quel Paese che abbattono il livello di minaccia. Vi sono fattori anche organizzativi. Mi sono trovato ad avere un briefing in un Paese straniero che aveva fatto un esame sul nostro sistema italiano rispetto alla minaccia di Daesh e mi ha colpito che quando si parlava delle aree non urbane invidiavano a noi quattro concetti : famiglia, farmacia, prete, stazione dei carabinieri. La farmacia mi ha colpito, però poi ho pensato che in alcune aree non urbane la farmacia è un elemento determinante. Alberto Manenti
Anch’io non riuscivo a capire a cosa potesse servire, nel caos in cui versa il Paese, una riunione tra gli anziani, i notabili e i rappresentanti di categoria di Tarhouna che al termine hanno firmato una "semplice" dichiarazione in cui si impegnano a tenere fede ai valori fondanti della comunità e a stare lontani da qualsiasi tipo di deriva estremista e criminale che attanaglia la città. Poi ascoltando il resoconto sulla Libia di ieri e di oggi fatto dal generale Manenti, ne ho compreso le ragioni profonde. Pur trovandoci nell’era in cui internet accorcia le distanze, bisogna ancora vivere dentro le cose e le persone, per afferrarne l’essenza.
La farmacia è il luogo dove in pochi secondi si passa dalla percezione della vita a quella della morte. Il direttore dell’Aise sembra avere la giusta dose di cinismo e distacco che permettono di sopravvivere al mestiere di farmacista. A volte ci si trova davanti alla signora che ha ricevuto conferme dal medico di famiglia sul verdetto dell’ospedale a proposito della necessità di amputare il piede al marito. Quando scoppia in lacrime, non si può fare altro che sederle accanto e ascoltarla in silenzio perché anche un sussurro sarebbe inopportuno. In farmacia ci si può ritrovare all’improvviso con l’amica che si è conosciuta alla stessa età della figlia con la quale ha varcato l’ingresso. Oppure si è davanti alla giovane sposa che per mesi è venuta con la prescrizione di cure per la fertilità e quella volta chiede il test di gravidanza. Allora si fa finta di niente, pregando che quella sia la volta buona per lei. La farmacia è il posto in cui le sostanze possono giocare in ruoli differenti. Alleviare il dolore finchè giunge la morte o dare sfogo alle frustrazioni provocando la morte.
In anni passati, quando a una certa ora si entrava nella farmacia del pilastro a Bologna, quella annessa a un centro commerciale poco distante dalla piazzetta del massacro, in quel locale così grande si potevano percepire lo stesso freddo e la stessa atmosfera di mistero che accolsero i tre ragazzi dell’Arma quando iniziarono il giro di ricognizione la notte del quattro Gennaio.
In farmacia c’è vita che viene e che va. Storie di cui, anche a volerle tenere segrete, alla fine parlano tutti. Nei paesi, nelle campagne e nelle periferie. Se l’Aisi ha bisogno di capire che aria tira in una zona specifica, quali sentimenti albergano nei confronti del governo, come si muovono le comunità di stranieri, che giri criminali ci sono in città, basta che mandi uno dei propri agenti, in grado di cogliere ed interpretare determinati segnali, a lavorare come commesso in una farmacia.
Qualche anno dopo la conversione, un po’ per capire il fenomeno e un po’ per esorcizzare il marchio di terroristi che noi musulmani ci portiamo addosso a prescindere, mi misi a studiare lo jihadismo e la storia di al Qaeda. Capitò di imbattermi in una figura molto nota come filantropo nel mondo islamico. Terrorista per il dipartimento di stato americano. Il nome di Adel Batterjee era fissato su di una lista, la cosiddetta Golden Chain, di venti nomi tra cui anche alcuni fratelli di Bin Laden, ritrovata dalla polizia bosniaca nel corso di un raid nei locali della Benevolence International. Si tratta di un’organizzazione benefica che ha portato il wahabismo nella sua forma più violenta, non solo a Sarajevo e dintorni, ma anche in Pakistan e altre zone. Mi ricordai allora che all’indomani della laurea mi era venuto in mente di inviare il curriculum in medio-oriente. L’unico che mi rispose, e addirittura mi telefonò, fu Mazen Batterjee, all’epoca ai vertici della divisione farmaceutica del gruppo di famiglia. Lo aveva incuriosito il fatto che una giovane donna europea fosse pronta a salpare per l’Arabia Saudita a dispetto delle leggende sul terrorismo. La famiglia Batterjee, che conta diverse centinaia di componenti, iniziò la sua avventura nell’industria farmaceutica grazie a Sheikh Ibrahim Hassan che negli anni quaranta produceva ed esportava farmaci oltre le mura di Jeddah. In seguito ci fu l’espansione con l’apertura di catene di farmacie nel regno e la diversificazione dei settori d’interesse. Oggi il gruppo Batterjee fattura miliardi grazie a varie attività sparse nel mondo e nel Golfo. Adel non è mai stato particolarmente attivo o legato al nucleo centrale della famiglia, ma ha ampie risorse su cui poter contare e le usa per le sue attività cosiddette filantropiche.
La farmacia è espressione della storia e del modo di essere di un popolo. Nel Golfo le farmacie non sono il cuore della comunità come qui da noi, innanzitutto perché prevale l’attitudine al pudore e al segreto per quello che riguarda la vita privata e quindi anche la salute. Attitudine in parte mutuata dalle tradizioni di quei popoli e anche da un’errata applicazione delle interpretazioni coraniche. Ancora oggi spesso i ragazzi con malformazioni o handicap mentali non sono mandati a scuola e sono costretti a vivere nascosti in casa perché ritenuti motivo d’imbarazzo. I governi investono molto in campagne di sensibilizzazione su questioni legate alla salute femminile e al disagio creato dall’abuso di alcool e droghe. E la risposta è di sicuro incoraggiante. Però il monopolio detenuto dalle multinazionali che ne gestiscono l’organizzazione e la dislocazione prevalente nei centri commerciali, fa sì che la farmacia rimanga solo un negozio in cui andare a comprare medicinali. Anche la farmacia che si trova nella wilaya più lontana, consiste in un locale rifornito dal distributore di Boots e in cui lavora un farmacista spesso di provenienza asiatica. Non è un luogo di dialogo e scambio come avviene in Italia. Nelle aree rurali e nelle periferie, la farmacia assieme al bar e alla parrocchia è effettivamente un osservatorio privilegiato dal quale forze dell’ordine e intelligence possono attingere dati e informazioni, e di cui gli organi governativi locali e nazionali possono servirsi per elaborare strategie, anche a lungo termine, d’interazione e integrazione.
Foto Batterjee group
Anch’io non riuscivo a capire a cosa potesse servire, nel caos in cui versa il Paese, una riunione tra gli anziani, i notabili e i rappresentanti di categoria di Tarhouna che al termine hanno firmato una "semplice" dichiarazione in cui si impegnano a tenere fede ai valori fondanti della comunità e a stare lontani da qualsiasi tipo di deriva estremista e criminale che attanaglia la città. Poi ascoltando il resoconto sulla Libia di ieri e di oggi fatto dal generale Manenti, ne ho compreso le ragioni profonde. Pur trovandoci nell’era in cui internet accorcia le distanze, bisogna ancora vivere dentro le cose e le persone, per afferrarne l’essenza.
La farmacia è il luogo dove in pochi secondi si passa dalla percezione della vita a quella della morte. Il direttore dell’Aise sembra avere la giusta dose di cinismo e distacco che permettono di sopravvivere al mestiere di farmacista. A volte ci si trova davanti alla signora che ha ricevuto conferme dal medico di famiglia sul verdetto dell’ospedale a proposito della necessità di amputare il piede al marito. Quando scoppia in lacrime, non si può fare altro che sederle accanto e ascoltarla in silenzio perché anche un sussurro sarebbe inopportuno. In farmacia ci si può ritrovare all’improvviso con l’amica che si è conosciuta alla stessa età della figlia con la quale ha varcato l’ingresso. Oppure si è davanti alla giovane sposa che per mesi è venuta con la prescrizione di cure per la fertilità e quella volta chiede il test di gravidanza. Allora si fa finta di niente, pregando che quella sia la volta buona per lei. La farmacia è il posto in cui le sostanze possono giocare in ruoli differenti. Alleviare il dolore finchè giunge la morte o dare sfogo alle frustrazioni provocando la morte.
In anni passati, quando a una certa ora si entrava nella farmacia del pilastro a Bologna, quella annessa a un centro commerciale poco distante dalla piazzetta del massacro, in quel locale così grande si potevano percepire lo stesso freddo e la stessa atmosfera di mistero che accolsero i tre ragazzi dell’Arma quando iniziarono il giro di ricognizione la notte del quattro Gennaio.
In farmacia c’è vita che viene e che va. Storie di cui, anche a volerle tenere segrete, alla fine parlano tutti. Nei paesi, nelle campagne e nelle periferie. Se l’Aisi ha bisogno di capire che aria tira in una zona specifica, quali sentimenti albergano nei confronti del governo, come si muovono le comunità di stranieri, che giri criminali ci sono in città, basta che mandi uno dei propri agenti, in grado di cogliere ed interpretare determinati segnali, a lavorare come commesso in una farmacia.
Qualche anno dopo la conversione, un po’ per capire il fenomeno e un po’ per esorcizzare il marchio di terroristi che noi musulmani ci portiamo addosso a prescindere, mi misi a studiare lo jihadismo e la storia di al Qaeda. Capitò di imbattermi in una figura molto nota come filantropo nel mondo islamico. Terrorista per il dipartimento di stato americano. Il nome di Adel Batterjee era fissato su di una lista, la cosiddetta Golden Chain, di venti nomi tra cui anche alcuni fratelli di Bin Laden, ritrovata dalla polizia bosniaca nel corso di un raid nei locali della Benevolence International. Si tratta di un’organizzazione benefica che ha portato il wahabismo nella sua forma più violenta, non solo a Sarajevo e dintorni, ma anche in Pakistan e altre zone. Mi ricordai allora che all’indomani della laurea mi era venuto in mente di inviare il curriculum in medio-oriente. L’unico che mi rispose, e addirittura mi telefonò, fu Mazen Batterjee, all’epoca ai vertici della divisione farmaceutica del gruppo di famiglia. Lo aveva incuriosito il fatto che una giovane donna europea fosse pronta a salpare per l’Arabia Saudita a dispetto delle leggende sul terrorismo. La famiglia Batterjee, che conta diverse centinaia di componenti, iniziò la sua avventura nell’industria farmaceutica grazie a Sheikh Ibrahim Hassan che negli anni quaranta produceva ed esportava farmaci oltre le mura di Jeddah. In seguito ci fu l’espansione con l’apertura di catene di farmacie nel regno e la diversificazione dei settori d’interesse. Oggi il gruppo Batterjee fattura miliardi grazie a varie attività sparse nel mondo e nel Golfo. Adel non è mai stato particolarmente attivo o legato al nucleo centrale della famiglia, ma ha ampie risorse su cui poter contare e le usa per le sue attività cosiddette filantropiche.
La farmacia è espressione della storia e del modo di essere di un popolo. Nel Golfo le farmacie non sono il cuore della comunità come qui da noi, innanzitutto perché prevale l’attitudine al pudore e al segreto per quello che riguarda la vita privata e quindi anche la salute. Attitudine in parte mutuata dalle tradizioni di quei popoli e anche da un’errata applicazione delle interpretazioni coraniche. Ancora oggi spesso i ragazzi con malformazioni o handicap mentali non sono mandati a scuola e sono costretti a vivere nascosti in casa perché ritenuti motivo d’imbarazzo. I governi investono molto in campagne di sensibilizzazione su questioni legate alla salute femminile e al disagio creato dall’abuso di alcool e droghe. E la risposta è di sicuro incoraggiante. Però il monopolio detenuto dalle multinazionali che ne gestiscono l’organizzazione e la dislocazione prevalente nei centri commerciali, fa sì che la farmacia rimanga solo un negozio in cui andare a comprare medicinali. Anche la farmacia che si trova nella wilaya più lontana, consiste in un locale rifornito dal distributore di Boots e in cui lavora un farmacista spesso di provenienza asiatica. Non è un luogo di dialogo e scambio come avviene in Italia. Nelle aree rurali e nelle periferie, la farmacia assieme al bar e alla parrocchia è effettivamente un osservatorio privilegiato dal quale forze dell’ordine e intelligence possono attingere dati e informazioni, e di cui gli organi governativi locali e nazionali possono servirsi per elaborare strategie, anche a lungo termine, d’interazione e integrazione.
Foto Batterjee group
giovedì 24 novembre 2016
إِنَّا للهِ وَإِنَّـا إِلَيْهِ رَاجِعونَ
Un grande poliziotto ma soprattutto un grande uomo.
Che Allah abbia misericordia di lui.
Major General Khamis Matar Al Mazeina
Che Allah abbia misericordia di lui.
Major General Khamis Matar Al Mazeina
mercoledì 23 novembre 2016
Napping kids
Quasi irrecuperabile.
Come tutti i rapimenti, la vicenda doveva essere tenuta sotto silenzio. Primo errore.
Numero due. Mai mettersi a supplicare un uomo. Proprio mai un medio-orientale.
L'unica via per raggiungerla e sperare di riprenderla, senza promettere niente in cambio (soldi o sconti di pena), era il contatto con la tribù, più che la cerchia ristretta della famiglia.
Si potrebbe ancora provare per vie turche o giordane. Ma è difficile.
Evidentemente il governo non è riuscito ad evitare che la madre si rivolgesse alle iene.
Di lì il patatrac. Non è detto comunque che i servizi non ci stiano ancora provando.
Attualmente bisogna attingere al bacino di jihadisti impegnati in guerra.
Cercano di farsi valere nelle aree conquistate. Un pagamento andrebbe fatto solo per la loro mediazione.
Mi giocherei la carta libanese. Possono arrivare dappertutto.
Però bisogna vedere a che gioco sta giocando il generale Manenti con i suoi amici in questo periodo.
Forse non può permettersi di sacrificare molto.
Come tutti i rapimenti, la vicenda doveva essere tenuta sotto silenzio. Primo errore.
Numero due. Mai mettersi a supplicare un uomo. Proprio mai un medio-orientale.
L'unica via per raggiungerla e sperare di riprenderla, senza promettere niente in cambio (soldi o sconti di pena), era il contatto con la tribù, più che la cerchia ristretta della famiglia.
Si potrebbe ancora provare per vie turche o giordane. Ma è difficile.
Evidentemente il governo non è riuscito ad evitare che la madre si rivolgesse alle iene.
Di lì il patatrac. Non è detto comunque che i servizi non ci stiano ancora provando.
Attualmente bisogna attingere al bacino di jihadisti impegnati in guerra.
Cercano di farsi valere nelle aree conquistate. Un pagamento andrebbe fatto solo per la loro mediazione.
Mi giocherei la carta libanese. Possono arrivare dappertutto.
Però bisogna vedere a che gioco sta giocando il generale Manenti con i suoi amici in questo periodo.
Forse non può permettersi di sacrificare molto.
venerdì 18 novembre 2016
#العيد_الوطني46
Del giorno in cui Qaboos andò all'assalto finale della reggia di Salalah, dove risiedeva il padre , in Oman si raccontano molte storie. Partì un colpo di fucile che colpì Said bin Taimur al piede. E' opinione comune che fu un gesto maldestro di sua maestà. Il sultano era uomo bizzarro e oscurantista.
Aveva chiuso il Paese a qualsiasi tipo di scambio o relazione. Addirittura la sera vigeva il coprifuoco per le strade di Muscat. Alle donne veniva negato il diritto allo studio.Il suo regno, minato dalla guerra civile in Yemen, era destinato a perire. Fu così che il giovane Qaboos, di ritorno da Sandhurst e con l'aiuto degli inglesi, prese la redini della situazione e da quel momento il sultanato divenne crocevia del medio-oriente e del mondo.
I libri di storia omaniti curati da esperti tedeschi ed inglesi, di casa nel sultanato, parlano di bloodless coup. Qualsiasi sia la verità, l'ascesa al trono di Qaboos dimostra che guerre e sangue sono necessarie se non fini a se stesse. In Oman si imparano l'amore per i valori, il rispetto per l'autorità e l'importanza della coesione attorno alla leadership a dispetto delle differenze. Non è un sistema perfetto ma è la via seguire.
Un'altra leggenda raccontata è quella di un figlio segreto, avuto dal primo ed unico matrimonio, che tornerà forse a scalzare il padre dal trono nello stesso modo in cui fece lui, o dopo la sua morte.
E' stato bello rivedere sua maestà in pubblico in un momento in cui il medio-oriente è in grande difficoltà.
In maniera silenziosa Qaboos lavora sempre per il bene del suo popolo e dei musulmani.
Aveva chiuso il Paese a qualsiasi tipo di scambio o relazione. Addirittura la sera vigeva il coprifuoco per le strade di Muscat. Alle donne veniva negato il diritto allo studio.Il suo regno, minato dalla guerra civile in Yemen, era destinato a perire. Fu così che il giovane Qaboos, di ritorno da Sandhurst e con l'aiuto degli inglesi, prese la redini della situazione e da quel momento il sultanato divenne crocevia del medio-oriente e del mondo.I libri di storia omaniti curati da esperti tedeschi ed inglesi, di casa nel sultanato, parlano di bloodless coup. Qualsiasi sia la verità, l'ascesa al trono di Qaboos dimostra che guerre e sangue sono necessarie se non fini a se stesse. In Oman si imparano l'amore per i valori, il rispetto per l'autorità e l'importanza della coesione attorno alla leadership a dispetto delle differenze. Non è un sistema perfetto ma è la via seguire.
Un'altra leggenda raccontata è quella di un figlio segreto, avuto dal primo ed unico matrimonio, che tornerà forse a scalzare il padre dal trono nello stesso modo in cui fece lui, o dopo la sua morte.
E' stato bello rivedere sua maestà in pubblico in un momento in cui il medio-oriente è in grande difficoltà.
In maniera silenziosa Qaboos lavora sempre per il bene del suo popolo e dei musulmani.
lunedì 31 ottobre 2016
Sarà difficile non fare degli errori senza l'aiuto di potenze superiori
I nostri fratelli sauditi azzeccano sempre strategia.
Ma Alberto da Tarhouna sta là o lo ha chiamato al telefono ?
Ma Alberto da Tarhouna sta là o lo ha chiamato al telefono ?
Fumata grigia
L'endorsement di Nasrallah e la prospettiva di Hariri primo ministro hanno solo rallentato le operazioni. Sempre che il candidato gliela faccia a reggere l'emozione.
domenica 23 ottobre 2016
Fissahara
“It’s my homeland... I sometimes regard myself a Bedouin,” he says in the documentary.
"When I'm in the Netherlands during winter season and it gets dark, and people are in a hurry to go to their work, my thoughts take me back to Al-Nefud desert and the Arabian Peninsula.” al arabiya
Tra i beduini ci sono buoni e cattivi. Molto cattivi.
La descrizione coranica del carattere del beduino è quella che più rende l'idea.
Nella penisola araba, e non solo nel deserto, si riesce a vivere nella giusta dimensione.
Qui da noi, anche quando ci si sveglia con il sole, si ha l'impressione che da un momento all'altro pioverà.
Manca la serenità.
La prima volta che andai nel deserto, era un pò fuori Shenas. Nel nord dell'Oman.
Mi trovavo persa in una compagnia di soli uomini e ne conoscevo solo due. Quasi nessuno parlava inglese.
Gli uomini arabi quando si trovano tra loro, bar o deserto non fa differenza, iniziano a parlare del passato, della loro storia. Poi sviscerano letteratura e politica, qualche poesia, e attaccano a litigare.
Su Saddam, gli israeliani, i governanti corrotti. La guerra scorre nel sangue degli arabi.
Dopo aver assaporato la bellezza del contesto, iniziai a preoccuparmi. Sapevo che non sarei riuscita a dormire così scomoda e mi chiedevo come avrei fatto senza il bagno.
Non parlavo. Ascoltavo e osservavo. E pensavo a come uscire viva da una notte tra sabbia e pietre.
Ad un tratto il più anziano del gruppo, avrà avuto una sessantina d'anni, si rivolse ai miei amici e iniziò a parlare loro con tono grave. Robeen assentiva. Si girò verso di me dicendomi : Ahmed dice che non sta bene che tu dorma qua . Ti vede troppo stanca. Ti porto a casa da sua moglie.
Nel deserto si riesce a percepire la vita sussurrata.
"When I'm in the Netherlands during winter season and it gets dark, and people are in a hurry to go to their work, my thoughts take me back to Al-Nefud desert and the Arabian Peninsula.” al arabiya
Tra i beduini ci sono buoni e cattivi. Molto cattivi.
La descrizione coranica del carattere del beduino è quella che più rende l'idea.
Nella penisola araba, e non solo nel deserto, si riesce a vivere nella giusta dimensione.
Qui da noi, anche quando ci si sveglia con il sole, si ha l'impressione che da un momento all'altro pioverà.
Manca la serenità.
La prima volta che andai nel deserto, era un pò fuori Shenas. Nel nord dell'Oman.
Mi trovavo persa in una compagnia di soli uomini e ne conoscevo solo due. Quasi nessuno parlava inglese.
Gli uomini arabi quando si trovano tra loro, bar o deserto non fa differenza, iniziano a parlare del passato, della loro storia. Poi sviscerano letteratura e politica, qualche poesia, e attaccano a litigare.
Su Saddam, gli israeliani, i governanti corrotti. La guerra scorre nel sangue degli arabi.
Dopo aver assaporato la bellezza del contesto, iniziai a preoccuparmi. Sapevo che non sarei riuscita a dormire così scomoda e mi chiedevo come avrei fatto senza il bagno.
Non parlavo. Ascoltavo e osservavo. E pensavo a come uscire viva da una notte tra sabbia e pietre.
Ad un tratto il più anziano del gruppo, avrà avuto una sessantina d'anni, si rivolse ai miei amici e iniziò a parlare loro con tono grave. Robeen assentiva. Si girò verso di me dicendomi : Ahmed dice che non sta bene che tu dorma qua . Ti vede troppo stanca. Ti porto a casa da sua moglie.
Nel deserto si riesce a percepire la vita sussurrata.
venerdì 14 ottobre 2016
Da Idlib a Ginevra
Al Joulani continua a raccogliere i frutti della sua strategia.
Circa duecento combattenti di Jund al Aqsa sono passati a Daesh.
Lo scopo del riassorbimento e dell’accordo con Ahrar al Sham era proprio quello di liberarsi degli elementi che creavano scompiglio senza contribuire alle conquiste militari, e anche di acquisire un buon numero di foreign fighters.
Come sottoscritto, è stato creato un tribunale che si occuperà di tutte le dispute e giudicherà coloro i quali si sono resi colpevoli di crimini negli ultimi giorni di lotte intestine. Il clima è ancora teso, tant’è che i nomi dei giudici non sono stati resi noti per non esporli a vendette. Sono comunque stati liberati i rispettivi prigionieri.
Inoltre Ahrar starebbe andando verso la fusione con Zengi, Suqoor e Faylaq al Sham.
Sul fronte Jabhat, al Joulani potrà contare su Kavkaz, Turkistani e Ajinad Sham. Alla fine sono tutti sotto il suo comando.
Domani a Losanna ci dovrebbe essere un incontro allargato (sono ancora da definire alcune adesioni) che con tutta probabilità non andrà oltre la creazione di corridoi umanitari, ma che può costituire un’ulteriore occasione per far si che il Qatar riesca a convincere al Joulani a sedersi al tavolo delle trattative in un non lontano futuro. Allontanatosi da al Qaeda e completato il giochetto della compattazione delle fazioni sotto il suo comando, il comandante di Jabhat Fath può opporre una buona resistenza alla Russia di Putin e ad Assad per poi finire di annientare Daesh scongiurando un ritorno alle origini. Ha anche la possibilità di rescindere qualche legame scomodo che i suoi, a ridosso del Golan, avrebbero stretto con Israele. Posto che come sembra, al Zawahiri potrebbe accontentarsi di orizzonti afghani, al Joulani deve ripensare al piano di costruzione di un emirato di Siria che prescinda dalle influenze politiche. Deve ascoltare le richieste dei sostenitori arabi e pensare a farsi stato assieme all’opposizione siriana.
All’indomani dell’ultima apparizione televisiva, molti dei suoi denigratori salafiti nel Golfo lo prendevano in giro per quella tenuta a metà tra al Zarqawi e un diplomatico occidentale. Con quegli stivaletti è pronto per Ginevra, ironizzavano sui social.
Scendere ad un tavolo di negoziati ad un certo punto non è una resa. Tanto più che l’interpretazione religiosa e la visione politica di Jabhat non sono oltranziste come quella di Daesh e dei qaedisti della prima ora. Prevede rapporti e collaborazione anche con i non musulmani quando necessario.
Al Joulani è uomo intelligente e determinato. Sa come fare valere le sue condizioni. Sa anche che è passato il tempo in cui andava alle riunioni dei comandanti in Iraq coprendosi il volto. Ha carisma per convincere il suo popolo. E soprattutto, quando venne mandato in Siria da al Baghdadi, studiò a fondo la storia dei movimenti islamisti nel mondo. Voleva comprendere e giocare d'anticipo sui fallimenti che spesso riducono la jihad a semplice guerriglia.
L’unica opzione per non finire a recitare il ruolo dell’eterno talebano di Siria, è quella di sedersi ad un tavolo di trattative forte dei risultati ottenuti sul terreno ma anche della consapevolezza delle esigenze del proprio popolo.
Domani a Losanna ci dovrebbe essere un incontro allargato (sono ancora da definire alcune adesioni) che con tutta probabilità non andrà oltre la creazione di corridoi umanitari, ma che può costituire un’ulteriore occasione per far si che il Qatar riesca a convincere al Joulani a sedersi al tavolo delle trattative in un non lontano futuro. Allontanatosi da al Qaeda e completato il giochetto della compattazione delle fazioni sotto il suo comando, il comandante di Jabhat Fath può opporre una buona resistenza alla Russia di Putin e ad Assad per poi finire di annientare Daesh scongiurando un ritorno alle origini. Ha anche la possibilità di rescindere qualche legame scomodo che i suoi, a ridosso del Golan, avrebbero stretto con Israele. Posto che come sembra, al Zawahiri potrebbe accontentarsi di orizzonti afghani, al Joulani deve ripensare al piano di costruzione di un emirato di Siria che prescinda dalle influenze politiche. Deve ascoltare le richieste dei sostenitori arabi e pensare a farsi stato assieme all’opposizione siriana.
All’indomani dell’ultima apparizione televisiva, molti dei suoi denigratori salafiti nel Golfo lo prendevano in giro per quella tenuta a metà tra al Zarqawi e un diplomatico occidentale. Con quegli stivaletti è pronto per Ginevra, ironizzavano sui social.
Scendere ad un tavolo di negoziati ad un certo punto non è una resa. Tanto più che l’interpretazione religiosa e la visione politica di Jabhat non sono oltranziste come quella di Daesh e dei qaedisti della prima ora. Prevede rapporti e collaborazione anche con i non musulmani quando necessario.
Al Joulani è uomo intelligente e determinato. Sa come fare valere le sue condizioni. Sa anche che è passato il tempo in cui andava alle riunioni dei comandanti in Iraq coprendosi il volto. Ha carisma per convincere il suo popolo. E soprattutto, quando venne mandato in Siria da al Baghdadi, studiò a fondo la storia dei movimenti islamisti nel mondo. Voleva comprendere e giocare d'anticipo sui fallimenti che spesso riducono la jihad a semplice guerriglia.
L’unica opzione per non finire a recitare il ruolo dell’eterno talebano di Siria, è quella di sedersi ad un tavolo di trattative forte dei risultati ottenuti sul terreno ma anche della consapevolezza delle esigenze del proprio popolo.
Neutral
A source close to the Houthis told Al-Monitor that they and their ally, former Yemeni President Ali Abdullah Saleh, very much appreciate Oman’s stance. A Houthi-affiliated negotiation convoy and Saleh were warmly welcomed in Oman’s capital of Muscat earlier this year. Omanis are also offering humanitarian and medical support to treat the wounded, and welcome them in their hospitals.
almonitor
Senza l'Oman, l'accordo sul nucleare non sarebbe andato in porto.
Bando alle ipocrisie innanzitutto.
La cosiddetta neutralità del Sultanato torna comoda a seconda delle esigenze.
Il regno di Sultan Qaboos deve badare alla propria stabilità innanzitutto.
E' un fatto che i sauditi, e non sono i soli nel Golfo, mirano ad inglobare l'Oman approfittando di eventuali lotte intestine per la successione o anche insinuandosi nelle pieghe delle dinamiche politiche e religiose del Sultanato. I continui contatti tra i salafiti sauditi e gli abitanti del Dhofar che in piccola parte non ritengono legittima la guida del Sultano, sono noti a tutti.
A questo punta l'Arabia Saudita quando porta sul tavolo prove a favore di un presunto comportamento sbilanciato dell'Oman.
Poi storicamente ci sono legami inscindibili tra omaniti, yemeniti e iraniani.
Gli aiuti umanitari e i passaggi di armi sono da inquadrare in quell'ottica.
Amici, parenti, qualche poliziotto di frontiera corrotto.
L'intelligence omanita è temibile e ha infiltrati dappertutto. Anche nelle aree rurali.
Ma non tutto può essere tenuto sotto controllo.
E non è l'Oman da solo che impedisce una soluzione al conflitto in Yemen.
I sauditi dovrebbero farsene una ragione.
Senza l'Oman, l'accordo sul nucleare non sarebbe andato in porto.
Bando alle ipocrisie innanzitutto.
La cosiddetta neutralità del Sultanato torna comoda a seconda delle esigenze.
Il regno di Sultan Qaboos deve badare alla propria stabilità innanzitutto.
E' un fatto che i sauditi, e non sono i soli nel Golfo, mirano ad inglobare l'Oman approfittando di eventuali lotte intestine per la successione o anche insinuandosi nelle pieghe delle dinamiche politiche e religiose del Sultanato. I continui contatti tra i salafiti sauditi e gli abitanti del Dhofar che in piccola parte non ritengono legittima la guida del Sultano, sono noti a tutti.
A questo punta l'Arabia Saudita quando porta sul tavolo prove a favore di un presunto comportamento sbilanciato dell'Oman.
Poi storicamente ci sono legami inscindibili tra omaniti, yemeniti e iraniani.
Gli aiuti umanitari e i passaggi di armi sono da inquadrare in quell'ottica.
Amici, parenti, qualche poliziotto di frontiera corrotto.
L'intelligence omanita è temibile e ha infiltrati dappertutto. Anche nelle aree rurali.
Ma non tutto può essere tenuto sotto controllo.
E non è l'Oman da solo che impedisce una soluzione al conflitto in Yemen.
I sauditi dovrebbero farsene una ragione.
domenica 2 ottobre 2016
Rivelazioni
Però, come al Cav, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Servizi segreti non rivelano al premier toscano i segreti che intercettano su di lui. E si è vista com’è andata a finire... dago
Fino a un decennio fa l'uomo più potente dell'Oman era il generale al Maamari.
Tutto era sotto il suo controllo e ogni sera presentava un dossier sullo stato del Paese a Sua Maestà.
Che ovviamente non si fidava e lo confrontava con un paio di reports di altra provenienza.
Quando Sultan Qaboos scoprì che il generale gli nascondeva un bel pò di cose, lo cacciò.
Cioè lo fece ministro.
E nel bel mezzo delle proteste della primavera araba, che in Oman vide il popolo compatto nel chiedere riforme e contro la corruzione di ministri e ministeri, lo cacciò proprio.
La gente che sa i segreti dei potenti non può essere cacciata su due piedi.
Ci vogliono l'occasione e il modo giusto.
Fino a un decennio fa l'uomo più potente dell'Oman era il generale al Maamari.
Tutto era sotto il suo controllo e ogni sera presentava un dossier sullo stato del Paese a Sua Maestà.
Che ovviamente non si fidava e lo confrontava con un paio di reports di altra provenienza.
Quando Sultan Qaboos scoprì che il generale gli nascondeva un bel pò di cose, lo cacciò.
Cioè lo fece ministro.
E nel bel mezzo delle proteste della primavera araba, che in Oman vide il popolo compatto nel chiedere riforme e contro la corruzione di ministri e ministeri, lo cacciò proprio.
La gente che sa i segreti dei potenti non può essere cacciata su due piedi.
Ci vogliono l'occasione e il modo giusto.
lunedì 26 settembre 2016
Quella Giordania di Rania e Abdullah che non incanta più
L'aspetto più inquietante dell'assassinio di Nahed Hattar è che i denigratori hanno continuato ad insultarlo sui social e a festeggiare anche dopo l'accaduto. Mohammad al Maqdisi lo aveva condannato senza appello all'apostasia. E non si tratta di uno di quei meccanismi perversi che caratterizzano i social.
La Giordania è una polveriera pronta ad esplodere all'occorrenza. Hattar aveva semplicemente condiviso una vignetta che mette in risalto l'uso strumentale che Daesh fa della religione. Non erano valse a nulla le sue spiegazioni. Così come a nulla serve che sua maestà si faccia fotografare mentre ritira la nuova carta di identità nella quale non sono più messe in evidenza religione ed etnia di appartenenza. Per troppi anni il re e la sua consorte hanno pensato che le manifestazioni di facciata per convincere l'alleato americano a versare miliardi di dollari ogni anno nelle casse giordane, fossero sufficienti a sanare il clima di odio e razzismo che regnano in una società così eterogenea. E hanno chiuso un occhio, essendone anzi complici, sulla repressione feroce messa in atto dagli apparati di sicurezza.
I vestitini di Rania non bastano più.
La Giordania è una polveriera pronta ad esplodere all'occorrenza. Hattar aveva semplicemente condiviso una vignetta che mette in risalto l'uso strumentale che Daesh fa della religione. Non erano valse a nulla le sue spiegazioni. Così come a nulla serve che sua maestà si faccia fotografare mentre ritira la nuova carta di identità nella quale non sono più messe in evidenza religione ed etnia di appartenenza. Per troppi anni il re e la sua consorte hanno pensato che le manifestazioni di facciata per convincere l'alleato americano a versare miliardi di dollari ogni anno nelle casse giordane, fossero sufficienti a sanare il clima di odio e razzismo che regnano in una società così eterogenea. E hanno chiuso un occhio, essendone anzi complici, sulla repressione feroce messa in atto dagli apparati di sicurezza.
I vestitini di Rania non bastano più.
giovedì 1 settembre 2016
Le sorprese di Mohammed bin Rashed
Quasi una ventina di anni fa, mentre chitchattavo su un sito arabo, vidi l'annuncio di un evento. Sua altezza Mohammed bin Rashed al Makhtoum avrebbe partecipato ad una sessione in inglese e risposto alle domande di tutti. Domande banali sul privato, ma anche importanti sullo sviluppo economico dell'intera regione. Mohammed bin Rashed rispondeva anche in maniera simpatica, digitando parecchi typo.
Un uomo semplice che raccontò di come iniziò a comporre poesie e dei momenti di pausa nei quali parlava ai cavalli. Lì per lì pensai che fosse la solita trovata propagandistica, inglese stentato incluso, dell'uomo di potere che vuole dare l'impressione di essere vicino alla gente.
E invece no.
Mohammed bin Rashed è un uomo che lavora venti ore al giorno per il suo popolo ma pretende altrettanto.
Un lavoro al governo è un posto strasicuro nel Golfo. Non te lo toglie nessuno. Ti tocca per passaporto. Ma anche quando ci arrivi con la wasta (raccomandazione) te lo devi guadagnare e soprattutto sapertelo tenere. Almeno a Dubai. Quello era il significato della visita di Mohammed bin Rashed.
Il bonus sullo stipendio è per tutti ed è superiore agli ottanta euro. E le facilitazioni per i ragazzi per tutto quanto riguarda internet, teatri, libri e musica, vanno ben oltre i cinquecento euro e un periodo di un anno.
Alla fine però devi dimostrare che quel denaro non era una donazione ma un investimento da parte del governo. Mohammed bin Rashid ha trasformato deserto e cammelli in opportunità.
Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Ma dietro c'è una visione. Strategia.
E anche divertimento.Stasera era all'opera ad ascoltarsi Domingo. E prima ancora con Sheikh Hamdan per inaugurare un parco indoor immenso.
Quei licenziamenti erano veri e giusti. Lavorare per un governo guidato da Mohammed bin Rashed è motivo d'orgoglio oltre che uno stimolo. E' una vergogna sprecare una opportunità del genere.
Foto Dubai Media Office
Un uomo semplice che raccontò di come iniziò a comporre poesie e dei momenti di pausa nei quali parlava ai cavalli. Lì per lì pensai che fosse la solita trovata propagandistica, inglese stentato incluso, dell'uomo di potere che vuole dare l'impressione di essere vicino alla gente.
E invece no.
Mohammed bin Rashed è un uomo che lavora venti ore al giorno per il suo popolo ma pretende altrettanto.
Un lavoro al governo è un posto strasicuro nel Golfo. Non te lo toglie nessuno. Ti tocca per passaporto. Ma anche quando ci arrivi con la wasta (raccomandazione) te lo devi guadagnare e soprattutto sapertelo tenere. Almeno a Dubai. Quello era il significato della visita di Mohammed bin Rashed.
Il bonus sullo stipendio è per tutti ed è superiore agli ottanta euro. E le facilitazioni per i ragazzi per tutto quanto riguarda internet, teatri, libri e musica, vanno ben oltre i cinquecento euro e un periodo di un anno.
Alla fine però devi dimostrare che quel denaro non era una donazione ma un investimento da parte del governo. Mohammed bin Rashid ha trasformato deserto e cammelli in opportunità.
Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Ma dietro c'è una visione. Strategia.
E anche divertimento.Stasera era all'opera ad ascoltarsi Domingo. E prima ancora con Sheikh Hamdan per inaugurare un parco indoor immenso.
Quei licenziamenti erano veri e giusti. Lavorare per un governo guidato da Mohammed bin Rashed è motivo d'orgoglio oltre che uno stimolo. E' una vergogna sprecare una opportunità del genere.
Foto Dubai Media Office
sabato 9 luglio 2016
I nostri amici libanesi
Fouad Makhzoumi è un signore spesso presente in Italia a convegni e riunioni che fanno da cornice ad incontri tra personaggi di alto livello della scena locale ed internazionale. Dal meeting di Rimini ai dialoghi del Mediterraneo, passando per il Vaticano, Makhzoumi è sempre al fianco dei rappresentanti del governo italiano e dei vertici dell’intelligence. Sebbene sia di difficile reperimento la documentazione fotografica relativa all’attività, ufficiale e non, del direttore dell’Aise, il nome di Alberto Manenti compare sempre in cima alla lista delle personalità che, in rappresentanza delle nostre istituzioni, accorrono a dare il benvenuto a Makhzoumi. Potrebbe essere di sua proprietà la villa romana che avrebbe ospitato la delegazione capeggiata dal direttore dell’intelligence siriana.
Si tratta di un personaggio a tutto tondo, presente nei circoli culturali e politici europei.
Businessman, filantropo, capo di partito. Makhzoumi racchiude in se l’essenza dello spirito libanese e tutta la sofferenza di un popolo martoriato da guerre civili ed invasioni che hanno visto la loro ragion d’essere nelle divisioni settarie che caratterizzano la storia di quel Paese. Sotto questo punto di vista, l’entrepreneur libanese, mostra di aver ben compreso quale sia, al di là delle bombe, la via della normalizzazione. La secolarizzazione della politica locale che gestisce le risorse economiche e finanziarie del Paese (soprattutto quelle energetiche, che sono poi il focus dell’attività imprenditoriale di Makhzoumi) contribuirebbe in generale secondo il leader del partito del dialogo, a creare un impianto solido e in grado di fare da ponte verso un futuro da protagonista per il Libano, nello scenario medio-orientale. Questo suo approccio improntato al dialogo e all’inclusività, che negli anni lo ha visto accusato di essere cavallo di troia degli iraniani ma anche del regime siriano, lo pone come interlocutore e mediatore di primo piano per i governi di mezzo mondo, in questioni regionali e non.
Di sicuro Fouad Makhzoumi ha giocato un ruolo centrale nell’incontro tra la delegazione italiana guidata dal direttore dell’Aise e quella siriana. Le grosse incognite della proposta globale che Alberto Manenti avrebbe poggiato sul tavolo delle trattative, sono rappresentate dall’effettiva capacità dell’Italia ma soprattutto dell’Europa, di implementare gli impegni presi, e il modo in cui alcuni alleati, Arabia Saudita in testa, reagiranno.
Si è tornato a parlare in questi giorni di un altro personaggio libanese abbastanza controverso, che risponde al nome di Ali Taan Fayyad. Fayyad, protagonista di uno scambio di ostaggi in territorio libanese, fu arrestato in Cecoslovacchia in seguito ad una operazione della Dea americana che aveva per oggetto un traffico di armi illegali cedute anche a canali ucraini. Consegnato alle autorità libanesi, è rimasto l’unico del suo gruppo a non essere estradato in America. Dal suo legale cecoslovacco è giunta notizia che in data 4 Luglio, Ali Fayyad sarebbe uscito dal carcere, ma non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle vicende che lo hanno visto coinvolto.
Anche in questo caso il generale Manenti, nel corso di una visita di cortesia in Libano avvenuta lo scorso settembre, si sarebbe reso protagonista di una sorta di mediazione . Difficile sapere però, a nome di chi e in merito a quale aspetto di questa complessa vicenda, per la quale ricordiamo, Fayyad è stato indicato anche come uomo dei servizi libanesi, il direttore avrebbe speso energia ed influenza.
Foto Fouad Makhzoumi Facebook, agenzie
Si tratta di un personaggio a tutto tondo, presente nei circoli culturali e politici europei.
Businessman, filantropo, capo di partito. Makhzoumi racchiude in se l’essenza dello spirito libanese e tutta la sofferenza di un popolo martoriato da guerre civili ed invasioni che hanno visto la loro ragion d’essere nelle divisioni settarie che caratterizzano la storia di quel Paese. Sotto questo punto di vista, l’entrepreneur libanese, mostra di aver ben compreso quale sia, al di là delle bombe, la via della normalizzazione. La secolarizzazione della politica locale che gestisce le risorse economiche e finanziarie del Paese (soprattutto quelle energetiche, che sono poi il focus dell’attività imprenditoriale di Makhzoumi) contribuirebbe in generale secondo il leader del partito del dialogo, a creare un impianto solido e in grado di fare da ponte verso un futuro da protagonista per il Libano, nello scenario medio-orientale. Questo suo approccio improntato al dialogo e all’inclusività, che negli anni lo ha visto accusato di essere cavallo di troia degli iraniani ma anche del regime siriano, lo pone come interlocutore e mediatore di primo piano per i governi di mezzo mondo, in questioni regionali e non.
Di sicuro Fouad Makhzoumi ha giocato un ruolo centrale nell’incontro tra la delegazione italiana guidata dal direttore dell’Aise e quella siriana. Le grosse incognite della proposta globale che Alberto Manenti avrebbe poggiato sul tavolo delle trattative, sono rappresentate dall’effettiva capacità dell’Italia ma soprattutto dell’Europa, di implementare gli impegni presi, e il modo in cui alcuni alleati, Arabia Saudita in testa, reagiranno.
Si è tornato a parlare in questi giorni di un altro personaggio libanese abbastanza controverso, che risponde al nome di Ali Taan Fayyad. Fayyad, protagonista di uno scambio di ostaggi in territorio libanese, fu arrestato in Cecoslovacchia in seguito ad una operazione della Dea americana che aveva per oggetto un traffico di armi illegali cedute anche a canali ucraini. Consegnato alle autorità libanesi, è rimasto l’unico del suo gruppo a non essere estradato in America. Dal suo legale cecoslovacco è giunta notizia che in data 4 Luglio, Ali Fayyad sarebbe uscito dal carcere, ma non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle vicende che lo hanno visto coinvolto.
Anche in questo caso il generale Manenti, nel corso di una visita di cortesia in Libano avvenuta lo scorso settembre, si sarebbe reso protagonista di una sorta di mediazione . Difficile sapere però, a nome di chi e in merito a quale aspetto di questa complessa vicenda, per la quale ricordiamo, Fayyad è stato indicato anche come uomo dei servizi libanesi, il direttore avrebbe speso energia ed influenza.
Foto Fouad Makhzoumi Facebook, agenzie
giovedì 7 luglio 2016
Religione nascosta
Dopo essere stata approvata lo scorso anno, è entrata in vigore da poche settimane in Giordania, la normativa che prevede la sostituzione della vecchia carta di identità con una smart card contenente tutti i dati relativi ai cittadini giordani. Dalla data di nascità al numero di tessera sanitaria e gruppo sanguigno. La novità sta nel fatto che le informazioni circa la religione praticata non sono visibili allo scrutinio delle autorità competenti, ma conservate nel microchip.Un modo, secondo la versione ufficiale, di ridurre gli attriti causati
dalle discriminazioni, a danno di minoranze religiose come Bahia e Drusi, soprattutto nelle realtà amministrative locali. Forse è anche un tentativo di spegnere le tensioni settarie che alimentano il terrorismo.Si sta discutendo di una soluzione del genere anche in Egitto, mentre la Turchia ha già avviato il progetto nella speranza di trarne benefici in vista di un ancora improbabile ingresso in Europa.
Qualche giorno fa sua maestà Abdallah si è recato personalmente nell'ufficio comunale di riferimento per ritirare la smart card.
Foto Albawaba, Thejordantimes
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