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martedì 17 marzo 2026

Chatty spies have short lives

L'anniversario della morte di Sheikh Abu Mariya capita nel momento in cui governo nazionale e amministrazioni locali devono confrontarsi con la nuova realtà. 

Ha fatto sorridere la suddivisione in zone cristiane e musulmane messa a punto da parte del governatore di Damasco per la distribuzione delle licenze di vendita degli alcoolici.

L'assegnazione dello status di festività nazionale ad una celebrazione curda ha fatto storcere molti nasi.

Se dall'estero la lente dell'amministrazione americana vigila sulla capacità del presidente Al Sharaa di tenere assieme realtà di vario tipo dall'interno si giudica la versatilità di quello che è stato il guerriero della rivoluzione.

Quello che oggi è definito un presidente pragmatico un tempo era uno jihadista attento a non sorpassare i limiti imposti dai ranghi. 

Sheikh Abu Mariya si impegnò a plasmare la cautela che caratterizzava il capo di Nusra spingendolo a dare un taglio netto al rapporto con Al Baghdadi prima e a a prendere in seguito gradualmente le distanze da Al Zawahiri.

Il diploma in management lo rese comunicatore e abile costruttore di relazioni. Della specializzazione in teologia Maysar Ali Musa fece uno scopo di vita nello sconfessare i kawariji.

La vera condanna a morte gli venne incontro, prima che dell'esplosivo piazzato dai terroristi, da un incontro in Turchia con i rappresentanti della coalizione anti-Daesh mediato dal MIT di Fidan.

Abu Mariya voleva conciliare il lavoro di sradicamento di Daesh con la necessità di iniziare a trattare alla pari con l'amministrazione americana.

L'incontro suscitò forti dubbi nella fazione di Binnish guidata da un cugino alla lontana di Al Joulani.

Il successivo raid che portò all'arresto  di centinaia di cellule dormienti al servizio di agenzie di intelligence straniere, in prevalenza russa e iraniana, lo videro protagonista a causa di comunicazioni non lecite come recitava l'atto di accusa.

Che Al Qahtani fosse solito intavolare discussioni con tutti i protagonisti sul campo era cosa nota e in un certo senso tollerata dal gruppo di comando.

I rapporti di forza cambiati all'interno di Hayat Tahrir e l'avvicinarsi della fine della rivoluzione resero impossibile un intervento diretto di mediazione del capo come era accaduto in altre occasioni.

Assolto dal tribunale di Hayat Tahrir e indebolito da malattia grave secondo fonti social dell'epoca Maysar Ali Musa Abdallah morì a Sarmada nel mese di Ramadan di due anni fa in seguito ad una violenta esplosione.

Il suo ricordo in Siria è oggi associato a riflessioni sul grado raggiunto dal pragmatismo di Ahmed al Sharaa.

lunedì 9 aprile 2018

La debacle di Putin

The problem of the ignorant regime is not with HTS rather it is with the Sunnis and Putin does not need any excuse to bomb the Muslims. But the parrots do not understand. The matter is bigger than their vision, is it is a global war against the Muslims.
Here is Douma, no one is there except Jaysh Al-Islam, with their flirting statements towards the west stating that they will fight against terrorism and they did what they did with the Mujahideen. However this did not stop the bombardments on Douma and Jaysh Al-Islam did not reach what they wanted. Maybe some will take a lesson from this. The destruction and displacement is happening under the watching eye of the united criminal nations who do not unite except against the Muslims. However there are still some who will curse Al-Joulani or HTS if the regime bombs a certain city. And this reminds us of the liberal gulf states who seek to normalize relationships with the Jews, so you will find them cursing Hamas and the Muslim Brotherhood if the Jews bomb Ghaza. And this is the situation of some who use rationality and politics and wisdom as a disguise. So they soften their speech with the disbelievers and they are hesitant against the ones who participate in the displacement and killing of the Sunnis in Shaam, while you will find them to be hyena's against the Mujahideen.
Shaykh Abu Mariya Al Qahtani


Se Jaysh al Islam, poco conosciuto in Occidente ma tra i gruppi più efferati in circolazione, oggi è ritenuto interlocutore valido più di Hayat Tahrir che negli ultimi mesi ha condotto varie trattative con gli uomini del GRU, è perchè la situazione è ormai al limite.
Dall'incontro tra Putin, Rouhani ed Erdogan è emerso che rimarrà una situazione di guerriglia permanente finchè non ci si mette d'accordo sulla soluzione politica.
E il dittatore, che non vuole una presidenza a tempo come auspicato dalla Russia nè rimanere a lungo ma commissariato come nei desideri dei sunniti del Golfo, nel frattempo lavora alla sua soluzione.
Dopo aver compreso che gli americani andranno via, ha strappato dalle mani russe i comandanti di JAI e a forza di ricatti, lanciando l'attacco chimico, li ha costretti alla resa.
Assad rimane fortemente legato agli iraniani ma sa di potersela giocare con i russi.
In attesa di un accordo che lo marginalizzi o che qualcuno lo metta da parte (se con Ali Mamlouk si può parlare di foreign fighters lo si può fare anche di altre questioni) ai ribelli non rimane che combattere cercando un sostenitore straniero influente.
La Turchia nelle ultime settimane ha trasformato gruppetti come Ahrar al Sham, Zenki e Free Syrian Army in piccoli eserciti. Non solo li ha riforniti di armi e dispositivi elettronici ma li fa seguire costantemente da addestratori.
Dopo il distacco da Al Qaeda e il ridimensionamento del Qatar sulla scena, Al Joulani ha perso mezzi e uomini ma anche il senso della dimensione internazionale. Ha bisogno di un alleato potente che lo sostenga a tutto campo e al quale lui possa dare una contropartita accettabile dal punto di vista shariatico. Deve avviare una collaborazione che non conceda compromessi, ma più concreta di quelle sporadiche del passato. E' una questione di sopravvivenza per lui e di speranza per la gente della Siria.
Israele è il partner ideale . Nelle aree d'interesse addestra e rifornisce gruppi di ribelli e in più sostiene la popolazione. Se il conflitto permane, può essere interessato ad ampliare il proprio raggio d'azione.
Abu Mariya sa benissimo che in passato Israele è venuto in soccorso di Nusra svariate volte. Adesso si tratta di fare fronte comune per obiettivi ragionevoli.

giovedì 5 aprile 2018

Massacri sotto traccia

The apostate Afghan Air Force led by the leader of crime and tyranny America bombed a school which taught the Quran in the Kunduz province northeastern Afghanistan during a graduation ceremony attended by hundreds. Which resulted in the death of many martyrs, we consider them to be as such with Allah, which reached up to 150 people most of them children ranging between the age of 8 and 17 years from the memorizers of the Noble Quran, in addition to a large number of attendees and a large number of wounded. 
If those killed were Jews or Christians or Hindus then the world would stand up and we would hear it scream and the scholars who hurry to strengthen their relationship with the disbelievers would have published statements denouncing, criminalizing and expressing grief. But there is no blame on the one stayed quite and did not say a word of truth in the faces of the stamping traitors who seek to strengthen their relationship with the Jews and fight the Muslims. Oh Allah deal with the disbelievers who fight Islam and deal with the treacherous rulers, oh Allah hasten the demise of their regimes and send upon them a soldier from among Your soldiers for You are the Powerful and Honorable.
 Shaykh Abu Mariya Al Qahtani

Non si tratta della solita ipocrisia occidentale che ignora i morti musulmani e le stragi al di fuori del proprio suolo.
Il massacro di Kunduz è avvenuto a poche settimane dalle dichiarazioni del generale Dunford che, a seguito di alcuni successi maturati grazie al coordinamento e al buon utilizzo del materiale informativo a disposizione, vedeva un "momentum" a favore delle forze militari afghane. Dichiarazioni che dovevano fare in un certo senso da assist ad un processo politico fatiscente al quale partecipano loschi figuri.
Quindi secondo quella logica conviene ignorare avvenimenti come quello di Kunduz.

lunedì 11 dicembre 2017

Been waiting to get home a long time

Moyasar Ali Musa Abdullah al-Jubouri, dubbed Abu Maria al-Qahtani, was a former officer in the Iraqi Army within a group called "Fedayeen Saddam" until 2003. After Paul Bremer restructured the army and police, Jubouri worked as a policeman in Baghdad after which he joined al-Nusra Front in Syria as the Grand Mufti and Emir of eastern area. He was then dismissed by the organization leader "Abu Mohammed al-Joulani". He is the previous assistant of ISIS leader Abu Bakr al-Baghdadi and uses a Qatari passport in his travels. UN listed Jubouri as an international terrorist in 2014 for associating with al-Qaeda terrorist group. Ashark al Awsat 23 November 2017

Limitare la sua figura in una definizione, specie quella di terrorista, è fargli un torto.
Abu Mariya è la storia di un medio-oriente usato ed abusato dalle potenze straniere e dai propri governanti. E' la forza della ribellione ai soprusi e all'oppressione.
Non ha mai negato di avere Al Qaeda nel sangue, ma è stato il primo ad acquisire la consapevolezza che il sistema messo in piedi da Al Zawahiri e Bin Laden non rappresenta la soluzione al conflitto siriano. E l'ha detto a gran voce ad Al Julani, l'unico che da sempre è capace di gestirne le intemperanze e non si è mai voluto privare del suo appoggio e dei suoi consigli, il quale gli ha inflitto l'allontanamento dalle posizioni di vertice per un periodo come punizione. Efferato, avido, calcolatore. Molti lo odiano.
Altrettanti lo amano. Anche alcuni suoi ex-ostaggi. Di sicuro è un uomo di grande sentimento.
Diceva Bono ieri sera che la soluzione ai conflitti moderni, così come lo fu per l'Irlanda, è il compromesso. Un confronto arduo, visto l'enorme numero di protagonisti e le tante interferenze esterne che sono proprie del conflitto siriano.
Abu Mariya non è tipo da compromesso, ma è abile nel cogliere le opportunità.
Basta offrirgli quella giusta.

giovedì 10 agosto 2017

Una guerra nella guerra

Il problema non è tanto Ratney che ha lanciato il suo editto contro Hayat Tahrir, ma i politici e i leader religiosi che lo hanno fatto loro.

Chissà se Sheikh al Qahtani si è occupato delle pupe che andarono in gita ad Aleppo.
Iracheno di nascita e ormai siriano d'adozione, Abu Mariya è stato tra i giuristi più influenti di Nusra prima e di Hayat Tahrir al Sham adesso. Si occupa di varie questioni e in particolare del reperimento di fondi su larga scala. Ha una personalità controversa ma è molto portato per i rapporti umani. E' tra i pochi jihadisti che sono riusciti ad instaurare una relazione stabile con la popolazione civile. Ha stretto legami di amicizia anche con gli ostaggi di cui si è occupato, tanto da rimanere in contatto dopo la loro liberazione.
Ogni volta che pesta i piedi a Daesh, il gruppo fa arrivare in rete le foto del volto che lui invece è solito custodire con passamontagna e foulard. Le immagini diffuse qualche settimana fa, risalirebbero al 2014. In quei giorni Nusra e altri gruppi stavano cercando di formare un unico schieramento per rompere l'assedio di Deir ez Zour.


In un post infuocato sul suo profilo Telegram, usando parole forti come baghiy che nel contesto coranico assume sfumature diverse da prostituzione a tirannia, Sheikh Abu Mariya ha accusato i politici dell'opposizione siriana e i leader religiosi, di essersi messi al servizio dei loro finanziatori impegnandosi maggiormente nel contrastare l'azione dei mujahedeen, favorendo così le frizioni interne e l'indebolimento militare dei ribelli, piuttosto che condannare le atrocità commesse dal dittatore e l'inerzia dei governanti. In effetti l'orientamento dell'opposizione siriana, e delle fazioni di combattenti cosiddette moderate, è la ricerca di un compromesso piuttosto che l'impegno militare come strada verso un nuovo futuro politico per la Siria. Così facendo però, si sono appiattiti su posizioni di servizio funzionali alle singole agende dei governi che li sostengono. Combattono per guadagnarsi il salario giornaliero in attesa di quella che loro chiamano soluzione politica. Strumentalizzano il termine rivoluzione, svuotandolo così del suo significato. E di certo la condanna che spesso lanciano nei confronti delle pratiche di guerra poco ortodosse messe in atto dalle fazioni islamiste, nasconde il piano dei governi impegnati a sostenerli, di disfarsi dei gruppi scomodi. In questo modo non ottengono nulla.
D'altro canto i gruppi che ripongono molta fiducia nell'azione militare, trascurano l'aspetto sociale e politico. Ieri ad idlib è stato emesso un ordine da parte di Hayat Tahrir al Sham di bloccare l'ingresso di sigarette. Sono previsti anche incentivi per chi segnalerà la cosa Si tratta di una misura perfettamente in linea con gli insegnamenti islamici che proibiscono tutto quanto è nocivo per la salute. In genere però, nei Paesi governati da Sharia, la scelta viene lasciata al cittadino. Questo imbarbarimento della legislazione nella roccaforte di Hayat Tahrir non fa altro che allontanare la popolazione dai combattenti. E il tentativo di Abu Mariya di rompere i ranghi delle opposizioni per avvicinarle ai jihadisti, rischia di andare a vuoto.
Bisognerebbe piuttosto incrementare l'interazione con la popolazione e concordare una strategia comune con la Turchia, ormai intenzionata ad andare all'attacco dei curdi, per stabilizzare il proprio dominio ad Idlib.


Update

La municipalità di Idlib ha dichiarato falso il documento in cui Hayaat Tahrir Sham decretava il blocco dell'ingresso di sigarette in città. Nei giorni scorsi qualche negoziante si era comunque lamentato del fatto di essere stato redarguito in materia.
Casi del genere sono all'ordine del giorno.
Difficile comprendere se si tratta di un ripensamento alla luce del malumore provocato tra la popolazione o se sull'ordinanza non c'era accordo nel consiglio shariatico.
C'è anche un fattore destabilizzante che spesso interviene, ed è costituito dalle intelligence dei Paesi interessati a liberarsi degli islamisti e che utilizzano attivisti e giornalisti a libro paga. Anche questi convinti che l'unica soluzione per la Siria sia il secolarismo e che i gruppi jihadisti costituiscano tutto il male possibile. Un motivo in più per Hayat Tahrir Sham e gli altri gruppi per incrementare il livello di collaborazione con la società civile e i consigli cittadini e rurali.
Gli islamisti sono gli unici in grado di liberare la Siria da Assad. Coinvolgerli in un processo di integrazione con la popolazione locale, cosa che in parte già avviene, può contribuire alla causa.

domenica 16 aprile 2017

Animali alla bisogna

Circulation of Trump's statement, and imitating the absurdities of the Jews and Christians! 
The animal for them is not something that is humiliated or insulted. Rather they give more rights to animals than to a human..! The westerners love all the animals and make them sleep with them in the bedrooms. And many of them have intimate relationships. Even pigs are loved and eaten by Trump. So Trump's description of Bashar as an animal is not a defamation, but perhaps a preparation for the world to embrace him and to live with him intimately! Having animal characteristics is common for both Trump and Bashar. They are brothers in their animal life. They may differ and fight each other like donkeys or pigs. :pushpin: Therefore, promoting these kinds of words and circulating them among common people, and the mobs taking part in sharing them, is not a matter that is surprising. But for it to be propagated and spread by the religious clerics, writers and intellectuals, by following Trump blindly, is exactly what stupidity and foolishness is. :dart: The (true) religious cleric propagates the Shar'ia terms and names, and makes people to get used to them. They do not promote or cheer for the statements of the leaders of Kufr. Say: Bashar is a Kaafir Taghut who is fighting the Muslims. And Trump is a Kaafir Taghut who is fighting the Muslims.
Sheikh Abu Mohammed Al Maqdisi

Lo scorso Gennaio Sheikh Abu Abdullah al Shami, tra i giuristi più autorevoli del tribunale di Ayaat Tahrir Sham, scrisse una lettera di venti pagine a Sheikh al Maqdisi per dirgli in buona sostanza che se veramente voleva dare un contributo alla guerra di liberazione da Assad, allora doveva fare le valigie e trasferirsi in Siria. Altrimenti era meglio che se ne stesse zitto.
Dopo settimane di attesa al Maqdisi si limitò a dire che lui la lettera non l'aveva nemmeno ricevuta ufficialmente e gettò delle ombre funeste sulla vera storia della separazione tra Jabhat Fateh Sham e al Qaeda. E quando lo stesso al Maqdisi auspicò la formazione di un gruppo con caratteristiche simili a quelle dei talebani, Sheikh Abu Mariya al Qahtani, anche lui grande giurista ma poco avvezzo alle raffinatezze, partì a testa bassa con una serie di tweet al veleno.
Queste storie potranno fare sorridere gli osservatori occidentali ma anche una sola frase, detta con il tono giusto da un personaggio autorevole come Sheikh al Maqdisi, può fare perdere mille combattenti in poche ore. E con loro vanno via armi e finanziamenti.
Internet come sempre svolge il ruolo di amplificatore.

Sheikh Al Maqdisi possiede una straordinaria capacità di lettura degli eventi che porge sapientemente all’attenzione dell’interlocutore di riferimento. Per questo motivo è una pedina fondamentale nelle mani dell’intelligence giordana che ha il compito di tenere fuori dal proprio territorio qualsiasi rigurgito eversivo in grado di danneggiare governo e nazione.
E’ un dato di fatto che la gentilezza e il rispetto propri della cultura occidentale spesso si trasformano in eccessi. Se da un lato ad esempio la pet therapy è da considerare un successo in campo medico, non si può fare a meno di rilevare che l’importanza assunta dall’affetto di un animale per un bambino o una persona anziana è un sintomo grave del fallimento delle nostre società.
Sheikh Al Maqdisi però nel suo ragionamento è andato oltre, sottolineando come la doppiezza degli standard occidentali si riflette anche nel linguaggio. E al linguaggio bisogna fare attenzione se a parlare è un presidente americano che ultimamente pare essere preso da una tanto strana quanto interessata smania per la causa siriana. L'accezione del termine animale varia a seconda della necessità del momento.
Le parole del sapiente giordano come sempre tendono a creare quel giusto livello di indignazione nei confronti di un alleato potente e fedele della casa reale in modo però che la tensione che ne deriva non sconfini in atti di terrorismo interno. E al tempo stesso il suo messaggio giunge forte e chiaro in Siria.

Quella di farsi affiancare da un'autorità religiosa, meglio se un dissidente rabbonito, è la strategia preferita dai regimi africani e arabi. L'alternativa al nazionalismo sufi adottato da Kadyrov. In larga parte funziona quando si vuole veicolare il malcontento.
Il segreto del suo successo però sta nel fatto che tiene conto del sentimento popolare e delle diversità che lo compongono. L'errore compiuto dal nostro ministero dell'interno è quello di averlo preso a modello senza adattarlo alla realtà italiana. Si parla molto genericamente di patti e dialogo con un Islam che nemmeno si conosce . Ciò non può che aumentare il malumore piuttosto che sopirlo o veicolarlo.

lunedì 10 aprile 2017

I terroristi contro il terrorismo islamico

Così come ai tempi di Papa Ratzinger, in occasione di un incontro dedito al dialogo inter-religioso, i sapienti musulmani si rifiutarono di firmare una dichiarazione di condanna e presa di distanze dal terrorismo, oggi più che mai i musulmani rigettano l’espressione “terrorismo islamico” poiché essa contiene l’idea che il terrorismo sia in qualche modo insito nella religione.
Il profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, nell’esortare i credenti a starne lontani e a combatterli ove necessario, elaborò una definizione accurata dei Khawarij (deviati, estremisti) descrivendoli come persone che, pur muovendosi in ambienti islamici e recitando il ruolo di musulmani esemplari, sono in realtà completamente fuori dalla religione :
verrà il tempo in cui alcuni tra voi eseguiranno la preghiera e digiuneranno in maniera apparentemente così perfetta da voler sembrare superiori . 
Ma la recitazione del Corano non andrà oltre le loro gole. 
E loro stessi andranno fuori dall’Islam. 
L’espressione usata dal Profeta, pace e benedizioni su di lui, rende perfettamente l’idea di quello che è un terrorista. Uno che fa di tutto per sembrare musulmano ma alla fine non lo è. Piuttosto si serve di questa sua maschera per dare legittimità all'uso indiscriminato della violenza che non appartiene alla religione islamica. Essere musulmani significa vivere il Corano attraverso le parole e le azioni. Quando non si va oltre la recitazione fisica (oltre la gola) allora si è automaticamente fuori dalle pieghe dell’Islam.
Questo concetto è tanto più stringente per i musulmani che combattono le guerre di liberazione delle terre d'Islam. Chi è impegnato a difendere la propria terra dalle invasioni straniere o dalle dittature ha il bisogno continuo di tenere fede alla propria identità religiosa che è anche sociale e politica.
L'Islam è religione e soprattutto un sistema di vita .

Isis conducts criminal acts which we reject but they do have some deeds against the enemies of the religion, especially the Rawafid, which we are happy about. But the Khawarij will remain Khawarij.
I say if Khawarij repent and return to the Sunna, this is more beloved to my heart than killing and fighting them.

Shaikh Abu Mariyah Al Qahtani


Del volto di Maysar Ali Musa Abdallah Al Juburi, meglio conosciuto come Abu Mariya Al Qahtani, ci sono solo tre foto risalenti ad alcuni anni fa. Poche anche sono le notizie a disposizione e molte di esse sono state diffuse dai suoi nemici. Di certo si trovava in Siria da un paio d’anni quando Abu Mohammed Al Julani andò con un pugno di uomini al seguito. Risulta nato in Iraq ma potrebbe essere siriano di origine. I detrattori raccontano di un suo impiego nei Feddayyin di Saddam Hussein prima, e nei corpi della polizia irachena messi assieme da Paul Bremer successivamente.
Abu Mariya ha un carattere molto deciso e grande carisma. Sheikh Al Julani lo nominò subito mufti del consiglio religioso di Nusra. Grande conoscitore della giurisprudenza islamica che affonda le radici nelle fonti salafite , è anche esperto di arti militari. La sua personalità effervescente, spesso lo prendono in giro perché ha una mimica molto simile a quella di Ghaddafi, gli permette di avere molta presa sia sui combattenti che sui civili. Le posizioni impopolari che a tratti assume, gli hanno appunto procurato un bel po’ di nemici.
Nel 2014 fu tra quelli che maggiormente spinse per la separazione da ISI poichè aveva intuito che Sheikh Al Baghdadi aveva mire al di là dell'unificazione che avrebbero danneggiato il progetto siriano. Però Abu Mariya andò oltre, iniziando una vera e propria lotta contro Daesh.
Alcuni lo accusarono, quando scese a Daraa, di passare più tempo a pontificare contro l'estremismo di ISI, che a combattere e a tenere uniti i ranghi di Nusra. Avrebbe inoltre stretto troppe alleanze con gruppi di ribelli moderati e fu tra i primi a chiedere la separazione da Al Qaeda. Glielo avrebbe consigliato addirittura Abu Yahya al Libi.
Per Al Julani e il gruppo dirigente di Nusra, che includeva anche membri occidentali, questo era troppo. Contando sul marchio di Al Qaeda ed essendoci ancora grande collaborazione sul campo con Daesh, Al Julani avrebbe perso un gran numero di combattenti scontenti per queste prese di posizione. Se nell'immediato Abu Mariya vedeva l'occasione di formare un gruppo più compatto e affidabile in grado di combattere meglio contro il regime, Abu Mohammed aveva il compito di assicurare che ci fossero grandi numeri. Uomini e mezzi. Ascoltati i malumori delle truppe, il comandante di Nusra defenestrò Al Qahtani sostituendolo con Sami Al Oraidi. Anche lui giurista, ma giordano di origini e su posizioni più oltranziste, che poteva assicurare un buon afflusso di foreign fighters dalla Giordania.
E nei giordani Sheikh Al Qahtani iniziò in maniera lungimirante a vedere il nemico.
Specie quel Maqdisi, cavallo di troia dell'intelligence giordana, che oggi cerca di rompere i legami all'interno di Ayat Tahrir. In seguito anche alle pressioni del Qatar Al Julani ruppe con Al Qaeda, ma sempre in maniera soft per non entrare in confronto diretto con Al Zawahiri, e Sheikh Al Qahtani è rimasto fermo nella sua missione contro gli estremismi di Daesh. Continua ad esprimere il proprio dissenso, testi giuridici alla mano, sia sui campi di battaglia che sui social dove è diventato una superstar.
A dispetto di un'apparente rigidità teologica Abu Mariya Al Qahtani non è ostile all'Occidente in quanto tale ma solo per il ruolo che alcuni Paesi giocano nello scacchiere medio-orientale.
Nell'eventualità di un cambio di regime, con tutta probabilità gestito da americani, russi, arabi e turchi, Al Qahtani potrebbe costituire un interlocutore ideale in grado di evitare situazioni catastrofiche come quelle della Libia e dell'Afghanistan.
Al di là della rituale designazione da parte del tesoro americano, la definizione di terrorista è impropria per un uomo come lui.
L'Italia, pur non essendo una figura di primo piano nel contesto internazionale, ha comunque interessi legati alle questioni del terrorismo e dei profughi e può suggerire strategie adeguate attraverso i funzionari dei ministeri di competenza e degli apparati di sicurezza che godono di buon credito presso gli alleati.

giovedì 6 aprile 2017

Something should happen

الدعاء لمجاهدي الساحل السوري . فصائل المجاهدين تدك معاقل النظام النصيري في الساحل . اللهم وحد صفوفهم وسدد رميهم. النصر يحتاج الى تواضع والهزيمة والتراج بحاجة الى توبة ومراجعة النفوس . فالجهاد عبادة وعمل صالح ويشترط له الإخلاص والإتباع حتى يقبل . اللهم اصلح حالنا وتب علينا واغفر لنا ذنوبنا . علمنا رسول الله صلى الله عليه وسلم أن نتواضع عند النصر . وعلمنا أن الإخلاص شرط لكل عمل نبتغي به وجه الله  Sheikh Abu Mariya al Qahtani


Secondo i soliti bene informati l'attacco su Khan Shaikun sarebbe stato deciso da Assad dopo una riunione con i più alti vertici di governo ed apparati di sicurezza. Sui social invece i pupazzetti a libro paga di Putin hanno rimesso in circolo l'immaginetta della ragazza kuwaitiana che si faceva il giro delle università con Bush padre per raccontare la storiella delle incubatrici violate. In effetti l'Ambasciatrice americana alle nazioni unite trasudava ipocrisia nel mostrare le foto dei bambini morti quando fino a due giorni fa aveva dato la benedizione ad Assad. Questa non è la prima volta che gli uomini del dittatore usano armi non autorizzate. Nel frattempo inaspettatamente, mentre stanno tenendo bene su Hama, i ribelli hanno aperto un fronte ulteriore in Latakia. Vero è che, come aveva anticipato il comandante al Julani, la strategia attuale è basata sulla sorpresa, ma partire all'attacco senza aver chiuso la partita su un fronte così delicato come Hama , rischia di portare un fallimento come ad Aleppo. Si difendono comunque molto bene. I miliziani sciiti hanno perso un enorme numero di comandanti. La differenza è stata fatta solo dagli attacchi aerei. Probabilmente la Cia ha spinto verso questa mossa i gruppi che combattono assieme ad Hayat Tahrir .
L'impressione è che Assad sia stato tratto in inganno dai suoi circoli su input estero.
La pressione su tutti i fronti dovrebbe indurlo a lasciare.
L'unica soluzione sarebbero i bombardamenti. Ma a dispetto delle dichiarazioni e delle opzioni che gli avrebbe prospettato il Pentagono, Trump non ha la benchè minima idea di come muoversi sugli scenari di guerra.
Vedremo se tutta questa messa in scena aprirà qualche porta risolutrice.
L'aspetto più importante che dovrebbe indurlo a riflettere, è che Assad non è più padrone in casa sua. Iraniani e libanesi dominano la scena.
Gli conviene tentare un'uscita di scena indolore. Ammesso che sia possibile.
A questo punto conviene disfarsi di lui in maniera netta.

lunedì 20 marzo 2017

Al Qahtani al Muhajir

Una corsa disperata nella notte per frenare l'aggressione perpetrata da Hayat Tahrir ai danni di Ahrar. Una faida che avrebbe potuto compromettere il buon andamento dei combattimenti. Questo è Sheikh Abu Mariya Qahtani. Uomo d'azione ma anche di grande intuito. Di lui si sa poco perchè tutti i dati biografici a disposizione sono stati fatti circolare dai suoi nemici. E decisamente ne ha tanti.  Da al Baghdadi fino ad Assafir. Descritto in generale come personalità controversa, Abu Mariya era parte del nucleo dei magnifici otto che posero le basi di ISI in Siria. Allo stesso modo di Sheikh Al Joulani, riesce a decifrare gli eventi in prospettiva ma è più pragmatico. Fu lui a spingere per la separazione da ISIL perchè riteneva inutile la mediazione con un organismo che mirava solo alla violenza e non alla liberazione di un popolo. E fu sempre lui ad opporsi sin dall'inizio alla separazione da Al Qaeda poichè ne vedeva gli aspetti nefasti che in effetti si verificarono. Senza l'appoggio diretto di Al Zawahiri, Jabhat Fath stava andando miseramente in frantumi. Dopo un inizio incerto, pare anche essere un pò umorale, si è gettato a capofitto nel nuovo progetto. Adesso è tra quelli che più si sta spendendo per l'integrazione perchè ha compreso l'importanza dell'allineamento con Ahrar al Sham e Free Syrian Army.
L'incognita è il raggiungimento di un accordo politico in vista della vittoria finale qualora non si riuscisse ad inglobarli ufficialmente. Ciò potrebbe fare pendere di nuovo l'ago della bilancia in direzione Al Qaeda.

domenica 19 marzo 2017

Figli di una Al Qaeda minore nella Siria che verrà

In occasione dell'anniversario della rivoluzione tutti i gruppi di combattenti hanno lanciato messaggi per ribadire il proprio impegno ed invitare ad unirsi alla guerra di liberazione contro il dittatore siriano. Hashim al Sheikh, in qualità di comandante generale, dopo che Hayat Tahrir Sham aveva preso le distanze dagli attentati gemelli a Damasco e condannato il bombardamento della moschea di Al Jinah che ha provocato decine di morti, si è rivolto in video con abiti civili, alla popolazione locale e agli interlocutori internazionali . Abu Jaber ha sottolineato i risultati militari ottenuti sul terreno e lodato lo sforzo delle fazioni unite nel nome di Allah e della rivoluzione che per gli jihadisti è, sin dal primo giorno, obiettivo primario da assolvere.
In effetti da quando è nata la nuova formazione, i risultati a livello militare sono ben evidenti. Ciò è sintomo del fatto che gli attriti, sebbene non sopiti, sono decisamente diminuiti . Le strategie vengono decise in maniera coordinata e anche le perdite derivanti dai bombardamenti russi e americani non costituiscono vero motivo di preoccupazione in quanto i piani possono essere portati avanti da chi subentra. Anche i soccorsi medici sono assicurati in maniera ottimale. L'intesa con Free Syrian Army e Ahrar al Sham è nettamente migliorata. Riescono a suddividersi aree e tempi di combattimento. Armi e addestramento sono forniti e seguiti da contractors esperti. Se di suo Jabhat Fath ha portato l'esperienza in campo militare, le relazioni intrattenute da Ahrar negli anni anche con interlocutori occidentali, hanno fatto si che oggi Tahrir possa porsi come soggetto politico che sa come trasmettere il suo messaggio attraverso i media.
Abu Jaber, oltre a condannare l'interferenza straniera tesa a dare man forte al regime, ha infatti invitato gli esuli siriani a rientrare e ad unirsi alla rivoluzione, ma anche la stampa straniera indipendente e le organizzazioni per i diritti civili, ad entrare nelle zone liberate per rendersi conto di come i primi risultati sul campo si vedono grazie ad una amministrazione lungimirante.

In questo scenario e in prospettiva futura la grande incognita rimane al Qaeda. Attualmente in Siria il raggruppamento di Sheikh Al Zawahiri è presente in tre forme.
C'è ancora un nucleo di veterani o discendenti che potremmo chiamare padri fondatori (ad esempio il gruppo di Saif Al Adel) e che sono alle dirette dipendenze del medico egiziano. Poi c'è l'impronta qaedista storica che proviene da quella tradizione e che si ritrova all'interno di Ayat Tahrir al Sham assieme ai fuoriusciti di Ahrar e ad una miriade di gruppetti oramai sciolti e a metà tra il qaedismo e la rivoluzione. Molti hanno creduto nella scelta del distacco da Al Qaeda ma alcuni, come Sheikh Abu Mariya Qahtani, rimangono al momento solo perchè sono coscienti del fatto che la nuova compagine ha straordinarie capacità di conquista. Ci sono infine numerosi gruppetti, anche messi assieme giorno per giorno, che si dichiarano qaedisti per il fascino che esercita ancora su di loro Bin Laden. Molti di questi arrivano dall'Asia. Giorni fa Ansar Al Jihad, di cui era capo Abu Omar al Turkistani ucciso da un drone in Gennaio e che si era speso per favorire l'unione, ha pubblicato un video per fare sfoggio delle proprie abilità militari. Sono rimasti però nel limbo qaedista.
Non sono da trascurare infine, l'influenza di Sheikh Al Maqdisi, che spinge per un ritorno alle origini sotto il suggerimento dell'intelligence giordana che in questo modo mira a tenere fuori dal Paese il terrorismo di matrice qaedista, e il ruolo di ago della bilancia svolto da Noureddin Al Zenki, compagine cresciuta sotto l'ala del Free Syrian Army e ormai a tutti gli effetti parte di Ayat Tahrir, nell'operazione Euphrates Shield.
In definitiva potremmo dire che attualmente in campo c'è una Al Qaeda maggiore e una minore. Oppure una di serie A e un'altra di serie B.
Ciò che interessa maggiormente a Sheikh Al Zawahiri, è potere contare su una base sicura dalla quale organizzare la sua jihad globale. Che ci sia o meno un emirato in Siria, per lui è relativo. Ha comunque bisogno di appoggi. Quindi si muove facendo leva sulle varianti deboli dell'attuale scenario siriano. Gli hardliners di Ayat e i gruppetti affascinati dalla sua leggenda.
Così stando le cose inoltre, con la coalizione e De Mistura che altro non fanno che prolungare il regno di Assad, molti giovani sono a rischio radicalizzazione. Su quelli puntava Abu Jaber nel suo discorso. Così come punta ancora ad inglobare il resto di Ahrar al Sham e Free Syrian Army.
In questa sorta di competizione-collaborazione (sul campo a seconda delle esigenze è comunque in atto una specie di alleanza) finora gli Stati Uniti hanno lavorato per rompere i network terroristici qaedisti e spingere i soggetti come Ahrar e Free Syrian Army ad allontanarsi dai vari Nusra, Jabhat, Ayat. Non potendo però fornire garanzie concrete a livello politico in vista di una nuova Siria libera da Assad, il rischio è che queste formazioni si allontanino sempre più. A questo punto è meglio scegliere il male minore. Favorire cioè l'avvicinamento ad Ayat Tahrir al Sham che è ormai sulla via della normalizzazione. Questa mossa potrebbe scombussolare i piani di Sheikh Al Zawahiri e ridurre la minaccia terroristica nei confronti dell'Occidente.


giovedì 2 marzo 2017

Da più parti cosmetica

Quest’ultima formazione si è dichiaratamente dissociata da al Qaida-Core (AQ-C), dandosi la nuova denominazione di Jabhat Fatah al Sham. Tale separazione è stata tuttavia da più parti valutata come un’operazione puramente cosmetica volta a garantire, attraverso un riavvicinamento con i gruppi islamisti non jihadisti, la sopravvivenza stessa dell’organizzazione, oggetto di costanti bombardamenti. 
Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza 2016

La parte più autorevole che ha presentato la tesi della dissociazione, messa in atto per evitare i bombardamenti, è stata proprio il capo di Nusra/Jabhat. Nell’intervista concessa ad Al Jazeera nelle settimane successive all’annuncio della separazione, Abu Mohammed Al Julani disse che per ben due volte avevano fatto quello che gli era stato chiesto, lasciando intendere che si trattava di una proposta di Turchia e Stati Uniti avanzata al tavolo delle trattative attraverso i loro partner storici, Ahrar e Free Syrian Army.
Sheikh Al Fateh disse che loro si erano staccati non una, ma ben due volte. Da Daesh e da Al Qaeda. Però la situazione era rimasta la stessa. Nusra era sempre l’obiettivo principale dei bombardamenti. E se si controllano i dati forniti dal Pentagono degli ultimi 8-12 mesi, si può tranquillamente verificare come gli attacchi su Daesh a malapena raggiungano il 5% dei lanci.
In realtà, cioè che è diventato oggetto di discussione quasi dottrinale tra tutti noi che seguiamo la guerra, non è tanto la cosmesi dell’operazione, che di per se non sarebbe nemmeno una notizia visto il contesto, quanto le motivazioni. Una volta chiaro quest’aspetto, poi è consequenziale cristallizzare la vera natura del passaggio di Nusra a Jabhat fino a Hayat Tahrir Sham. In questo ragionamento vengono in aiuto i fatti raccontati sul terreno da più parti e che ormai sono diventati storia.

Alla fine del 2015 Sheikh Al Julani iniziò a presentare ai suoi l’idea della scissione. E da subito, personaggi del calibro di Abu Maria Qahtani, si dichiararono contrari. Per diversi mesi il malumore crebbe e il fronte qaedista anti-Joulani divenne sempre più compatto. Tra i capobastone c’erano Sami al Uraidy e Abu Julaybib. Si tratta di membri importanti e strategici per le loro conoscenze in campo militare e giuridico nonché per l’abilità nel procurare armi e uomini, ma anche molto insidiosi. Nel corso degli anni Al Julani ha tentato di tenerli buoni muovendoli da un settore all’altro dell’organizzazione e accontentando in parte le loro richieste. Ma nella primavera dell’anno scorso era ormai chiaro che la situazione non si sarebbe risolta tanto facilmente. C’erano decisioni drastiche da prendere.

Nel frattempo Al Zawahiri non si limitava ad aspettare l’evoluzione degli eventi. Nella primavera del 2016 inviò in Siria la colonna storica egiziana di Al Qaeda. Gli uomini che erano al suo fianco sin dall’epoca dell’omicidio di Sadat e che erano stati liberati di recente dalle carceri iraniane in virtù di uno scambio per la liberazione di un diplomatico in Yemen. Nel gruppo che si stabilì a Idlib c’era Sheikh Ahmad Hasan Abu l-Khayr al-Masri, uomo chiave dell’era post-Bin Laden. Sarebbe stato ucciso da un drone ad alta precisione di nuovo tipo (notizia confermata solo nelle ultime ore) pochi giorni fa. E’ probabile che la sua eliminazione sia stata anche un monito all’Iran che da tempo usa Al Qaeda nelle sue guerre proxy attorno al mondo.

La tesi sostenuta dagli analisti a libro paga dei think tank finanziati dall’industria bellica e sostenuta dai circoli neocon, è che la separazione sia in sostanza tutta una finta per permettere ad Al Qaeda di ristrutturarsi e stabilirsi sul territorio in maniera ottimale, dal momento che la popolazione non vede di buon occhio la sua presenza. E Nusra si sarebbe prestata al gioco per rafforzarsi. In realtà la Siria serve ad Al Zawahiri come base per lanciare i suoi attacchi su scala globale. Al Julani aveva ed ha come obiettivo unico la Siria, voleva compattare il gruppo avendo sotto il suo comando combattenti efficienti e fedeli e unirsi alla sua gente. Quando Abu Mohammed, che è siriano, iniziò la sua avventura con un pugno di uomini, sapeva benissimo che il modello qaedista da quelle parti non avrebbe funzionato come in Iraq. A lui si erano uniti ingegneri, insegnanti, operai. Gente che non aveva nulla a che fare con lo jihadismo ma voleva liberare il Paese dall’oppressore. Sia lui che Al Zawahiri avevano bisogno di concentrarsi su quelli che consideravano obiettivi primari, e senza diatribe. Ecco perché l’egiziano e il suo vice, proprio Abu Khair al Masri, risposero pubblicamente in maniera quasi stucchevole alla proposta di separazione. Abu Khair, Sayf Al Adel e gli altri, rimasero in zona a organizzare Al Qaeda approfittando dei malumori degli scissionisti di Nusra che hanno dato in massa l’addio definitivo quando si è formato Tahrir Sham. Che poi l’operazione sia stata in gran parte “cosmetica”, concetto sul quale sembrerebbero concordare anche gli analisti della nostra sicurezza nazionale, quella è una questione da considerare in relazione al fenomeno jihadista in evoluzione. Non stiamo parlando di una separazione tra marito e moglie che si consuma nel giro di pochi mesi. Al Qaeda è la storia di vari popoli, è interpretazione religiosa, ideologia politica e strategia militare. E’ storia familiare e tribale. I musulmani sono come i mattoncini che tengono assieme un muro, era solito dire il Profeta Muhammad SAWS. Anche venissero a mancare alcuni aspetti della relazione che c’è tra loro, rimane il legame in Allah.
Per capire quanto drammatico sia il distacco, basti pensare che negli ultimi giorni Sheikh Al Maqdisi, notoriamente sostenuto dall'intelligence giordana che ha tutto l'interesse a mantenere un livello base di tensione in Siria e non sul proprio suolo, si è scagliato contro i vertici di Tahrir sostenendo che la rinuncia alla lotta armata nel nome di Al Qaeda per unirsi alla rivoluzione, è sintomo di debolezza e presagio di sconfitta.

Sotto questo punto di vista con Jabhat si poteva tentare una sorta di interlocuzione per accelerare il processo di distacco da Al Qaeda e tentare di dare un governo stabile alla Siria. Il Pentagono ha preferito la via degli islamisti moderati, cosiddetti vetted groups, uniti ai secolari, pensando che il livellamento del settarismo potesse in qualche modo velocizzare il processo militare e anche quello politico. Non si è tenuto conto della storia e della realtà sul terreno. Adesso aprire un canale di comunicazione con Ayat Tahrir è in concreto impossibile. Nel suo ultimo discorso Sheikh Al Julani ha fatto bene intendere quali sono le intenzioni del gruppo. Squarciare il recinto di protezione militare attorno ad Assad, riportare dalla propria parte i moderati e guadagnarsi la stima e la collaborazione dei civili.