In particolare il 43enne si sarebbe presentato come un giornalista e collaboratore dei Servizi Segreti, una sorta di “spia”, in modo da intimorire la 30enne e minacciarla di fare del male ai suoi familiari se non avesse obbedito alle loro richieste. Pochi giorni prima della denuncia, avvenuta a marzo scorso, la giovane era stata picchiata violentemente, e ai carabinieri aveva portato le foto dei lividi. Da lì è partita l’indagine. Il gip definisce “morbosa” la natura della relazione tra il 43enne e la giovane. farodiroma agosto 2016
I due iniziano a frequentarsi, la ragazza era da poco uscita da una storia d’amore finita male e si è fatta ammaliare dalle parole gentili della nuova conoscenza. Dopo un po’ inizia anche la relazione intima tra i due, fino a quando lui le rivela di non essere un giornalista ma, bensì, un militare attualmente arruolato nei servizi segreti. Le bugie non la fanno desistere varesenews aprile 2021
Si tratta di una narrazione compatibile con la realtà conosciuta dal pubblico sia attraverso la cronaca che in letteratura o fiction cinematografica. Non l'ha evidentemente percepita come una bugia.
Il dettaglio sulla tempistica diversa riguardo al tipo di rivelazione, induce a pensare che la vittima almeno per un certo periodo e relativamente ad alcune situazioni in cui era stata introdotta, avesse mantenuto un grado di autonomia consapevole.
Questo tipo di meccanismi criminali vengono messi in atto attraverso un profilo in grado di esprimere autorevolezza ed empatia. Ad un certo punto nel caso specifico viene introdotto l'elemento paura tramite l'appartenenza ai servizi segreti. Una mossa necessaria a vincere resistenze e dubbi della vittima.
Se i referti clinici non sono riusciti a provare la violenza, evidentemente la corte ha ritenuto ragionevole pensare che la ragazza fosse in un certo senso consenziente o comunque non costretta.




