Foto e video pedopornografici sul computer, 40enne modenese in manette
„La segnalazione ha riguardato l'invio di materiale pedopornografico tramite servizi mail da parte di un utente italiano, poi identificato dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni di Bologna nel 40enne modenese.“
modenatoday
Sono state rinvenute anche delle telecamere, macchine fotografiche digitali e una decina di smartphone, motivo per il quale l’uomo è sospettato di aver autoprodotto parte dei filmati e delle foto: su questa eventualità sono ancora in corso dei controlli.
Dalle indagini è anche emerso che il 41enne si nascondeva dietro falsi profili per frequentare Facebook e altri portali: sul social network risultava iscritto con l’identità di una donna, uno stratagemma per riuscire a contattare altre persone interessate al materiale che custodiva.
corriere bologna
Alcuni magistrati Americani che si sono occupati del fenomeno a partire dall'inizio degli anni ottanta ricordano come all'epoca le foto pornografiche di minori arrivavano dall'Europa attraverso la posta ordinaria .
Si trattava di immagini in bianco e nero che ritraevano bimbi nudi o seminudi su un lettino con gli organi genitali in evidenza.
Per la polizia non era semplice sequestrare il materiale alla posta poichè non vi erano indizi evidenti degli scambi ed era ancora più difficile seguire le tracce di un traffico internazionale.
Se da un lato la tecnologia ha permesso la "evoluzione barbarica" di una pedopornornografia che vede sempre più protagonisti i bambini delle fasce meno abbienti dei Paesi poveri nel ruolo di vittime di torture e i pedofili che a velocità della luce creano nuovi modi di rappresentarli graficamente e di nascondere le proprie nefandezze, essa fornisce anche mezzi eccellenti agli investigatori per individuare il crimine e i suoi autori e al legislatore per formulare norme sempre più efficaci per la repressione.
I numeri forniti in conferenza stampa dalla polizia postale anche se utili a fini investigativi e programmatici devono essere completati con dati che permettano analisi e valutazioni il più possibile accurate per stabilire non solo a che punto è l'evoluzione del fenomeno nel nostro Paese ma come e se è possibile limitarla o prevenirla tenendo conto dei profili a rischio e delle recidive.
E' un campo molto arduo da esplorare perchè non vi sono certezze al riguardo.
Non è possibile ad esempio applicare un modello di predictive policing come quello usato per la piccola criminalità di quartiere.
Si possono comunque utilizzare le informazioni provenienti dalle indagini svolte per migliorare le politiche sociali a seconda di età, fascia e zona di provenienza.
Il soggetto incriminato in questo caso ad esempio è un classico nel suo genere (maschio, di livello culturale medio-basso, presumibilmente non sposato o almeno non in una relazione stabile, disoccupato, isolato) e può essere affiancato da altre figure poste alla ribalta da cronache recenti :
impiegati, catechisti, allenatori.
Questi profili vanno integrati con i modus operandi e gli ambienti che essi frequentano fuori e dentro internet.
E' un discorso in parte già avviato con le collaborazioni tra ministeri, onlus e università ma che andrebbe potenziato e sfruttato in maniera più incisiva e concreta.
Un secondo spunto di riflessione che questa indagine offre è la pratica della scansione automatica delle immagini contenute negli allegati iniziata da Google ma ormai messa in atto anche da altri gestori e dai social network per tutto quanto riguarda le immagini postate su muri e finestre di dialogo.
La mail che a quanto è dato capire ha costituito la genesi dell'investigazione deve essere stata fornita alla polizia italiana da quella americana che a sua volta ha ricevuto la segnalazione dal National centre.
Presumibilmente quest'ultimo era stato allertato dal gestore di posta.
E' questa la procedura da seguire secondo la legge americana che impone la segnalazione.
Quando si verificarono i primi casi giudiziari e si comprese dal testo dell'incriminazione che Google aveva agito in tal senso, i termini di utilizzo di gmail vennero aggiornati spiegando come e perchè la nostra posta viene sottoposta a controllo automatico.
Al di là dei nobili intenti che non possiamo non condividere perchè la pedopornografia e qualsiasi tipo di abuso devono essere combattuti strenuamente, bisogna tenere conto del fatto che una forma di monitoraggio quale è l'hash di google o il photo dna di Microsoft colpisce tutti gli utenti in maniera indiscriminata e va di conseguenza a toccare le libertà individuali.
Vi sono anche dettagli tecnici che potrebbero giocare a sfavore dell'utente penalizzandolo in un'aula di tribunale.
Il sistema dell'algoritmo funziona grazie alla comparazione di immagini ma non è in grado di rilevare se la foto madre sia stata ad esempio già modificata o se sia effettivamente espressione di attività illecita.
Inoltre Microsoft che mette a disposizione di tutte le polizie del mondo il proprio sistema ma lo nega alla difesa almeno in America, contribuisce a modificare l'equilibrio tra accusa e difesa a tutto svantaggio di quest'ultima
Quello che interessa sapere al normale utente è come i giganti di internet gestiscono questi mezzi .
Nel momento attuale in cui tutti i governi stanno sfruttando l'onda del terrore Isil per creare leggi tese alla prevenzione e alla repressione in maniera pesante, la gestione dei dati diventa di fondamentale importanza.
Viviamo nel Paese che, stando ai documenti di Snowden e Assange, ha stretto un'alleanza con l'America per scambi di intelligence che prevederebbero anche quelli di dati sensibili.
Ed è lo stesso Paese in cui un'azienda avrebbe venduto un malware in grado di captare conversazioni, messaggi ed informazioni alla sicurezza nazionale.
Va da se che c'è poco da fidarsi di un gestore di posta elettronica che tra l'altro collabora attivamente con le nostre forze dell'ordine.
C'è bisogno di una norma che regoli l' attività di scansione e che non lasci interamente l'iniziativa ai vari Google e Microsoft.
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