mercoledì 25 novembre 2020

Carattere ruvido. Cuore di ghiaccio. In una sola parola GENIO.

Quello che non mi sono mai spiegata, mentre studiavo il fenomeno Blengini, è che tipo di affinità ci potesse essere con uno come Renzi. 
Lo sponsor politico nel mondo dell’intelligence non è solo questione d’interessi comuni e spesso materiali, come nel caso israeliano che viene spesso rappresentato in questo modo. 
O d’ideologia. Che sarebbe alla base del rapporto tra Erdogan e Fidan. 
A unire gli uomini e le donne che guidano e tutelano il destino del Paese ci deve essere qualcosa che va oltre. 
A mio padre che dopo la guerra ha visto tanti governi, il Renzi presidente del consiglio piaceva per l’entusiasmo e la voglia di cambiare le cose. A una certa età non si spera più che qualcosa cambi. 
Così m’immaginai, prima di vederlo in azione e quando cominciai a “caricaturarlo” (cosa che, ammesso che gli sia giunta notizia, non credo lo possa aver fatto arrabbiare più di tanto, almeno per come lo avevo profilato), un Blengini paterno che aveva preso in simpatia quel giovane intraprendente conosciuto a Firenze e che ne curava la vita politica negli aspetti pratici. 
Gli insegnava l’inglese e le buone maniere. Festeggiava i compleanni delle nonne di Matteo. 

Il lato positivo di avere un brutto carattere, è che si riesce a tenere lontane le persone poco gradite. 
Si etichetta qualcuno come difficile, spesso perché non si ha la capacità o la volontà di andare a fondo. Di capire cosa c’è dietro la ritrosia o l’asprezza. 
Se uno è superficiale o poco sensibile, allora non vale neanche la pena cercare un contatto. Valerio Blengini mi fu simpatico al primo articolo anti-Renzi nel quale veniva messo in mezzo. 
Non aveva molto significato nel suo caso, fare riferimento al carattere ruvido. 
Da uno che prima ha fatto Digos e poi si è andato a rinchiudere nei servizi segreti, il minimo che ci si aspetta è che sia antipatico. 
Allora ho unito l’affetto paterno a un carattere burbero e insofferente. Un incompreso che a sua volta si rifiuta di comprendere l’umana semplicità. 
L’ho fatto arrabbiare mentre leggeva dai giornali sudanesi (notizia vera ma sfuggita in Italia) che l’Ambasciatore italiano la mattina della cattura di Fezzani pubblicò e subito dopo cancellò un post su Facebook nel quale diceva di non saperne niente. 
Sbuffava perché nessuno era al passo con la sua intelligenza. 
Vendicativo con il Pelù che offendeva Matteo. 
Spietato con i cugini dell’AISE che volevano rubare la scena al suo ufficio. 

Da Blengini ho imparato a separare i piani d’analisi. 
Un esercizio che può risultare difficoltoso per un musulmano, specie se convertito, perché timoroso di infrangere l’essenza stessa della religione. Il vero monoteismo che tiene uniti tutti gli aspetti dell'esistenza umana. 
La retorica della dissidenza-terrorismo, praticata dai rappresentanti di quei governi che hanno una solida base nelle moschee nonchè volume d'affari florido in Europa, è di facile presa sugli interlocutori politici che non riescono ad afferrare che le ideologie estremiste nascono tra le pieghe della spiritualità. Il musulmano deve capire che ciò che è sbagliato per l’Islam lo è anche per le norme che regolano la vita in Occidente. Solo separando la dimensione spirituale da quella sociale e politica, questo concetto può essere compreso e applicato. 
Quello che è terrorismo in Occidente lo è anche nelle terre d’Islam. 
La genesi può essere mascherata in modo da non rendersi conto del passaggio da dissidenza a terrorismo e dell’inizio di un processo di radicalizzazione. Il principio è sulla stessa direttrice. 

Nei suoi interventi pubblici Blengini appariva essenziale. Non brutale. 
Probabilmente questo suo modo di essere, così come accadde a Pisani quando fu trascinato nella vicenda giudiziaria di Napoli, può apparire ambiguo ai colleghi. 
E forse poco amichevole ai politici di riferimento. 
Alla luce di quello che sta accadendo nelle ultime settimane, non è difficile credere a quanto fu scritto qualche anno fa. Che cioè il passaggio dall'era degli esecutivi del PD alle nuove realtà di governo, gli rese la vita difficile poiché qualcuno lo vedeva come un nemico. 

La gestione dell’intelligence richiede equilibrio.
E soprattutto la capacità e la sensibilità per comprendere che la tutela dell’interesse nazionale esige che siano messi da parte sentimenti e interessi personali.
Quell'equilibrio che gli ha permesso di essere protagonista silenzioso ed importante negli anni in cui si è messo al servizio del Paese, è la traccia che Valerio Blengini lascia per chi ha interesse ad andare oltre.

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