Per completezza informativa, voglio aggiungere che uno dei tre, il trentaduenne franco-algerino, Cherif Kouachi, era noto anche alle forze di polizia italiane, in quanto implicato nelle filiere di estremisti islamici diretti in Iraq e più volte sottoposto da parte delle autorità francesi a misure restrittive. Preciso, tuttavia, che il Kouachi non è stato mai presente nel territorio nazionale.
Angelino Alfano 9 Gennaio 2015
Il fatto che il ministro faccia esplicito riferimento ad uno solo dei due fratelli Kouachi che è poi anche il più noto, può voler significare che la nostra intelligence sia stata allertata da quella francese nel corso di uno scambio di informazioni di routine sui soggetti che hanno viaggiato in Iraq .
Per quanto è dato sapere Cherif tentò di andarci nel 2005 assieme al suo mentore Farid Benyettou ma fu fermato dalla polizia.
Secondo alcune testate giornalistiche che in questi giorni si sono scatenate attorno alla vicenda Charlie Hebdo, Kouachi sarebbe andato in Iraq anche la scorsa estate.
Potrebbe essere accaduto che pur non transitando sul nostro territorio questi risultasse tra i contatti telematici di qualche individuo sospetto in Italia.
Alla fine degli anni novanta i centri caldi del reclutamento europeo per la Bosnia e l'Afghanistan erano a Madrid che vantava collegamenti con la vicina Algeria, a Londra nella moschea di Abu Qatada e di quell' Abu Hamza fresco di condanna a vita in America e a Milano nel centro di viale Jenner nel quale operava l'imam Anwar Shabaan.
In quello stesso periodo i fratelli Kouachi figli di immigrati algerini incontrarono Benyettou che a causa delle sue interpretazioni religiose estreme era stato allontanato da tutte le moschee parigine e si era ricavato un proprio spazio tra i giovani di origine maghrebina delusi sia da quella Francia che li ospitava che dall'Islam moderato che si praticava nei centri di preghiera locali.
Personaggio molto carismatico, Benyettou forniva dapprima loro le basi spirituali per allontanarsi da una vita sbandata e poi li instradava alla jihad in una sorta di processo di grooming molto simile a quello che adesso viene messo in atto da Daash su internet o tramite la street dawa (predicazione di strada) nei Paesi anglosassoni.
Il ventinovesimo arrondissement costituito da circa 15-20 elementi non è mai stato considerato dai servizi francesi un vero e proprio network bensì una cellula con caratteristiche ben definite.
Bisognerebbe vedere se oggi come allora ci sono queste strutture ulteriormente organizzate ed in contatto tra loro guidate da presenze carismatiche che fanno il lavaggio del cervello ai giovani musulmani e li mandano nei campi di addestramento.
I fratelli Kouachi potrebbero essere una evoluzione in chiave moderna del vecchio jihadismo europeo.
In questo contesto ciò che conta più degli appelli di al Zawahiri o dei migranti sui barconi, sono le filiere locali che affondano le loro radici in un passato recente.
E' su questo che le intelligence occidentali devono e possono lavorare in maniera concreta perchè hanno già un database ben fornito e un sottobosco che conoscono bene.
Non v'è dubbio che i nostri servizi siano all'altezza del compito.
Le polemiche sorte attorno alla presunta inefficacia dell'azione dei servizi francesi dovrebbero tenere conto del fatto che i mezzi a disposizione e le normative vigenti non consentono ampio spazio di manovra.
E non potrebbe essere altrimenti perchè l'inasprimento delle norme repressive comporta che queste vadano a colpire un'ampia fascia di popolazione e le libertà civili.
Sarebbe questa la vera resa ai terroristi.
Non bisogna dimenticare il ruolo preventivo dei governi e delle politiche sociali.
Se è vero che uno dei terroristi fu rilasciato in anticipo per buona condotta e ravvedimento è anche vero che non fu inserito in un programma di rieducazione che è una mossa fondamentale per stroncare il fenomeno della radicalizzazione anche quando esso sembra sopito.
Il nostro primo ministro ha formulato ieri l'ipotesi della creazione di una agenzia di intelligence europea unica.
In realtà questa esiste già.
Lo Eu intelligence analysis centre è uno snodo con funzione di analisi degli scenari chiave mondiali ma non ha un ruolo operativo quindi non ha agenti o referenti nelle zone calde del pianeta.
Probabilmente Matteo Renzi che in fondo è ancora fresco di mandato non ha ancora compreso che la sicurezza nazionale di ogni Paese è cosa diversa dall'interesse integrato in una comunità eterogenea come l'unione europea.
In rare occasioni è possibile equiparare gli interessi economici e politici dei vari Paesi.
E' essenziale per l'intelligence di ogni singola realtà nazionale mantenere una propria autonomia operativa che garantisca la raccolta di dati e valutazioni da mettere al servizio del governo.
Sarebbe sufficiente potenziare e sfruttare strumenti già a disposizione come appunto l'Intcen e la condivisione di informazioni per individuare e neutralizzare qualsiasi fenomeno criminale organizzato in piccola o vasta scala.
In questo momento come non mai, è necessario tornare alla gestione globale delle agenzie di sicurezza da parte di operativi puri.
Chi regge le fila della sicurezza nazionale oltre ad essere in grado di indicare al governo un quadro strategico efficiente deve aver maturato un'esperienza più che decennale sul campo proprio perchè la sfida che ci potremmo trovare davanti deriva da quelle affrontate nel passato.
Il jihadismo europeo è in continua evoluzione ma segue delle linee ben precise tracciate a partire dall'inizio degli anni ottanta.
Solo chi conosce quella storia in maniera diretta e dettagliata può assemblare la risposta migliore al pericolo odierno.
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