
Dopo aver arrestato una spacciatrice l'agente Sinnigen della Dea ha avuto la fantastica idea di usare le sue foto in pose osè e custodite nel cellulare, per creare un profilo facebook della donna attraverso il quale ha cercato di contattare ed incastrare altri complici del giro di droga del quale questa faceva parte.
In alcune immagini comparivano anche i suoi figli piccoli.
Mentre Sondra Arquiett era in attesa del processo si è accorta di quanto stava accadendo perchè è stata avvertita da un suo amico contattato dal profilo fake.
Così ha deciso di procedere per vie legali chiedendo un processo civile con giuria.
L'agenzia e il dipartimento di giustizia hanno risposto nella loro difesa scritta che il profilo non era pubblico come asserito dalla donna ma in modalità privata quindi visibile solo agli interessati ovvero ai presunti criminali.
Secondo loro inoltre nel momento in cui la Arquiette ha acconsentito a cedere il telefono agli investigatori li ha automaticamente autorizzati ad usare il dispositivo e il suo contenuto per aiutare le indagini.
Gli sviluppi di questa vicenda saranno interessanti in quanto costituiranno un precedente importante.
In questo caso ci sono i presupposti per un furto di identità e l'abuso dei termini di utilizzo di Facebook che ha prontamente cancellato il profilo e non sembra essere parte della tresca.
Una sting operation è di per se terreno molto fragile perchè i suoi confini sono labili e spesso attraversati con facilità dagli investigatori.
Ne veniamo a conoscenza solo in casi eclatanti come questo.
Il connubio con Facebook il cui uso ormai sembra orientato prevalentemente oltre i limiti del lecito, può essere molto pericoloso.
Questa vicenda dimostra che nemmeno la polizia è in grado di resistere a certe tentazioni quando si è in rete.
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