Anche nel 2017 il Libano, nonostante le numerose fibrillazioni
interne e il perdurare di contraddizioni vistose, è riuscito a non farsi
travolgere dai conflitti alle “porte di casa”, in particolare da quello
in Siria, il Paese con cui ha condiviso una lunga storia di complesse,
dolorose e strettissime interazioni.Un risultato notevole, da ascrivere a quella dirigenza, se solo si considera che il Paese
dei Cedri ospita tuttora 18 diverse confessioni ufficiali (che hanno attraversato fino a tempi
recenti una lunghissima guerra civile), gli “storici” campi profughi palestinesi, circa un milione
di profughi siriani – pari approssimativamente al 25% della sua popolazione – in condizioni
molto difficili (anche perché molti degli stessi libanesi vivono al di sotto della soglia di povertà),
e, infine, un movimento pesantemente armato come Hizballah.
L’anno appena trascorso ha visto inoltre, dopo una fase di stallo prolungata, una ripresa
del processo politico-istituzionale avviato alla fine del 2016 con l’elezione alla Presidenza
della Repubblica del cristiano-maronita Michel Aoun. Passaggi particolarmente significativi
sono stati la formazione dell’Esecutivo guidato dal sunnita Sa’ad Hariri, la nomina (dopo
una lunga vacatio) di alcune figure-chiave della Pubblica Amministrazione e l’approvazione
di una nuova legge elettorale che apre la strada alle legislative in programma per
il 2018 (a nove anni dalle ultime).
La volontà dei libanesi di non lasciarsi coinvolgere da dinamiche esterne è stata poi
confermata dalla reazione sostanzialmente compatta alla crisi determinata dalle dimissioni
(poi ritirate) del Presidente Hariri, vissute con disappunto, come “indotte” da pressioni
esterne, anche da componenti non tradizionalmente favorevoli all’attuale Premier.
Tali risultati sono stati resi possibili anche dall’elevatissima attenzione delle Autorità in
carica nella prevenzione e repressione del terrorismo.
Grava peraltro sul Paese la perdurante incognita rappresentata dal “conflitto congelato”
tra Israele e Hizballah, che in larga misura risentirà delle evoluzioni della crisi siriana.
Resta cruciale la missione UNIFIL, cui l’Italia contribuisce in modo rilevante, unitamente al
senso di responsabilità delle principali potenze regionali che sono in grado di influire sulle
dinamiche libanesi.
.....
Nello scacchiere mediorientale, l’Iran ha continuato a ricercare
– attraverso un intenso attivismo su diversi contesti dell’area,
che ha destato forti opposizioni nel “campo sunnita” e a
livello internazionale – il riconoscimento di un proprio ruolo di
potenza regionale e la leadership del mondo sciita.
Relazione 2017
Capolavoro di diplomazia.
I legami storici e gli interessi condivisi determinano il resoconto annuale nell'ottica della sicurezza nazionale.
Dal linguaggio usato nella relazione dell'intelligence italiana, non si evince il fatto che gli Hezbollah sono allo stesso tempo : parte integrante della compagine di governo, un gruppo terroristico e una emanazione dell'Iran.
Questa combinazione al momento non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale dell'Italia. Quindi poco importa se i nostri carabinieri hanno addestrato i soldati di Qassem Soleimani (spesso sotto alle divise irachene ci sono miliziani sciiti) e se le donazioni promesse o versate al primo ministro Hariri nel corso dei Rome talks andranno nelle casse degli Hezbollah. Anche i maltrattamenti subiti dai profughi non ci riguardano. E i giochetti del generale Ibrahim.
Finché un attentato come quello di Sofia non colpirà cittadini italiani, è legittimo che il quadro libanese venga rappresentato in questa maniera.
Anche sul versante iraniano l'Italia non risulta tra i primi cinque Paesi investitori.
Ma come ha ricordato il generale McMaster, ogni singolo dollaro investito da quelle parti va nelle casse dell'Irgc. E non è cosa da poco.
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