Una mia amica omanita una volta mi spiegò che l'amore, nell'ambito di un matrimonio, conta al massimo per un cinque per cento. La parte principale è fatta di quotidianità. Lo stare insieme è affrontare le difficoltà che s'incontrano in una vita costruita giorno per giorno assieme ai figli e al resto della famiglia.
Sul momento la cosa non mi convinse molto. Quando ero giovane m'immaginavo l'amore come nei romanzi che leggevo. Per lo più letteratura russa e inglese. Amori contrastati ma sempre da sogno.
Poi ebbi modo di osservare la dignità con la quale la mia amica e suo marito (due ufficiali dell'esercito) affrontarono il dolore per la perdita di un figlio. E capii alla fine quanto mi era stato spiegato.
Una morte avvenuta in maniera straziante. Fu questione di un attimo. Il ragazzino aveva attraversato la strada davanti casa mentre giocava. Una di quelle stradine laterali tipiche delle zone lontane dal centro. Un'auto sbucata all'improvviso lo colpì in pieno.
Il caso romano non sembra una di quelle storie di violenza domestica, subita da un uomo, emerse negli ultimi anni in Italia. Lui non è stato probabilmente capace d'individuare l'importanza dell'aspetto materiale legato alla relazione. E nemmeno il grado di aggressività maturato dalla donna. Magari lasciandole la casa, o aiutandola a sistemarsi, avrebbe potuto evitare le botte.
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