domenica 23 giugno 2019

Poster boys

A traitor to Britain ? You mean a traitor to Britain ?
It's the first time I heard that term in a long time.
I know I was definitely an enemy of Britain.
I have no doubt about this.
I haven't tried to make myself innocent.
I did what I did. I did a big mistake.
I regretted what I did and thought, supposedly the british idea is that even if you do big mistakes, you can sort of go back. Not to go back to Britain, I mean go back from your mistakes. You can set things right.
...now I know it's haram....not a vest. I want to do it in a car....I didn't request to do it. But at the same time it was obvious that ....I made clear to him if there was a battle I'm ready.
...I was comfortable at home. I thought i was going to something better.
...To be honest I'm not asking of any ...It's not like I'm appealing to the british public to give me a second chance. I know that's not something anyone would do.
...but true for Manchester , what happened in London for the bridge etc., I was in prison at that time.
And it's a long long time after I left Isis.
...yes the fact that I came from England etc. I understand that made a big difference. That's one of the things I regret as well. They used as well, as a sort of a ...what do they call it in English...poster boy.
Jack Letts October 2018

Era comparso nel video che avevo mandato dalla Siria, assieme a una compagna curda. Diceva di voler liberare la sua città e la Siria, poi la Turchia, l’Iran e l’Iraq, quindi la Palestina e il Libano. «E se un giorno il popolo italiano avrà bisogno, aiuterò anche in Italia». Era come Lorenzo, uno di quelli per cui aiutare anche il prossimo più lontano è importante. davide grasso

Si può discutere sul fatto che il legame YPG/PKK in Europa viene troppo spesso sottovalutato dai governi anche in ottica anti-Erdogan. Ma sotto un profilo strettamente giudiziario la sentenza di assoluzione dei foreign fighters italiani ha una sua logica.
Considerato il contesto, soprattutto rispetto alla loro attività di antagonisti, i due giovani ai quali verrà risparmiata la sorveglianza speciale non pongono, almeno nell'immediato, un rischio concreto di attentati in Italia. Anzi.
La sentenza ha fornito un ulteriore scudo di legittimità a quella che potremmo definire una forma di lotta decisamente non pacifica ma molto legata al pensiero e alla parola.
Anche queste sono dinamiche sulle quali la politica dovrebbe riflettere con maggiore attenzione per rivedere le norme da applicare in materia.
Il fatto comunque, di avere imparato ad usare le armi trascorrendo un determinato arco di tempo in uno scenario di guerra molto complesso, non è sufficiente a stabilire con certezza che questi faranno ricorso a veri e propri scontri tipici degli scenari di guerra, piuttosto che della guerriglia urbana che li vede spesso impegnati, anche sul nostro territorio.
Qualora cambiassero contesto e condizioni, in modo tale da cambiare anche i metodi di protesta scelti, allora bisognerebbe prendere in seria considerazione i proclami di fratellanza dei membri di YPG pronti ad accorrere in aiuto dei loro compagni di lotta italiani.

Quando l'era di Daesh era agli albori, il bivio di fronte al quale i giovani simpatizzanti si trovavano, offriva principalmente due opzioni. Spostarsi in Paesi come l'Inghilterra e il Belgio dove la scena era vivace, grazie a personaggi del calibro di Belkacem e Choudary, e le leggi non riuscivano ancora ad inquadrare i reati legati all'uso di Internet e della propaganda. Oppure andare a combattere in Siria. Ad un certo punto, quando la propaganda sui social diventò più mirata e e s'infittirono i contatti tra medio-oriente ed Europa, subentrò anche l'idea di compiere attentati su suolo europeo. Non necessariamente spettacolari ma con un numero elevato di morti per fare sì che il messaggio fosse chiaro. Concetto questo, mutuato da una vecchia conoscenza del terrorismo su scala globale, che di nome faceva Abu Musab Al Suri.
Daesh non lascia molto spazio alle grandi riflessioni e alle ideologie.
L'obiettivo da sempre è costituito da morte e distruzione.
E ora più che mai, in fase avanzata di ricostruzione, non lascia molte alternative.
All'affiliato di Daesh di ritorno, anche in un certo senso pentito, non interessa proporre la propria idea di società ai convegni o attraverso un libro. O anche dare spiegazioni sul perché l'ingiustizia dovrebbe essere combattuta a livello globale. Neppure una scazzottata con un poliziotto ad una manifestazione di protesta è il suo obiettivo.
Pur volendo concedere le attenuanti del caso come è giusto che sia in una società fondata sul diritto, se il soggetto in esame non ha maturato l'idea che tutto quanto fatto con Daesh in Siria e in Iraq era un atto di alto tradimento nei confronti dell'Islam innanzitutto, e anche della nazione in cui è nato e cresciuto o che lo ha ospitato, allora è inutile pensare al ritorno e ai programmi di deradicalizzazione. Non è sufficiente ammettere di avere compiuto azioni haram o di essersi comportato per un periodo di tempo come un nemico del proprio Paese.
Deve mostrare di avere compreso la gravità di quanto è accaduto. E che lui ne è stato protagonista. Usato da altri, ma sempre protagonista e artefice del fatto che il suo essere stato un semplice poster boy potrà determinare atti terroristici. Morte e distruzione.
Se non ha compreso la differenza tra lealtà e tradimento, pur conoscendo alla perfezione i dettami della religione e i principi sui quali sono costruite le società occidentali, allora ricadrà nella tentazione di farsi esplodere da qualche parte in Canada, Gran Bretagna o anche in Italia, così come era accaduto in Siria.
Di tutti quelli che abbiamo ascoltato in questi mesi, nessuno sembra essere veramente pronto a rientrare in Europa.
Il monitoraggio difficilmente può abbassare in maniera significativa il livello di rischio.
E' altrettanto difficile reperire prove concrete per eventuali processi in tribunale.
L'unica soluzione al problema è quella di fare in modo che il numero dei ritorni sia estremamente limitato.

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