Più che la vicenda Ricci, boccone di facile presa per i sindacati di categoria, il caso del povero Gabriele Hazmi (evidentemente tirato dentro non per una coincidenza) è indicativo del vero problema con cui dovrebbero confrontarsi le forze dell'ordine.
Il livello culturale e la familiarità con i social.
Un giovane carabiniere non ha probabilmente avuto modo e tempo di meditare sul selfie che avrebbe postato su Instagram secondo chi lo ha ripreso e pubblicato su Facebook (attualmente il profilo è chiuso) e soprattutto non si è reso conto del fatto che, pur essendo apprezzabile la goliardia in un rappresentante delle forze dell'ordine, certi scherzi toccano la sensibilità di molti. L'impegno in un gruppo sportivo dell'Arma non gli ha dato evidentemente ancora modo di maturare quel tipo di sensibilità. E così, come molti giovani della sua età, si è esibito sui social come se si trattasse del salotto di casa sua. Che non è comunque fenomeno legato all'età. Molti appartenenti alle forze dell'ordine non mancano di manifestare il proprio pensiero sui profili social. Indubbiamente si tratta di un diritto da esercitare. Poco dignitoso però, sia per la divisa che per la natura umana, quando si esprime disprezzo verso determinate categorie o minoranze.
Se il colonnello De Caprio, che ieri rispondeva in maniera molto diplomatica a domande su Libia e Sea Watch, è sincero nei suoi proclami (le sue non sarebbero battaglie personali ma di sostegno al popolo) allora forse potrebbe prendere in considerazione la faccenda.
Di sindacati pronti a scendere in campo per difendere la libertà d'espressione di carabinieri e poliziotti è piena l'Italia. Manca la capacità di risolvere un problema che riguarda tutti anche a dispetto del "business" prodotto dalle campagne di sensibilizzazione promosse dal governo e realizzate in collaborazione proprio con le forze dell'ordine.

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