How should we code an organization such as Ahrar al-Sham which cultivated an avowedly salafist religious image, but emphasized its national commitments and eschewed a formal relationship with al-Qaeda or ISIS?
Even the Islamic State, which seems an obviously Islamist actor given its extreme ideology and overt performance of religiosity, raises questions, as some observers emphasize the prevalence of Iraqi Baathists in its upper ranks and others deny that it was ever part of the opposition.
...Syrian opposition supporters often complain of how their revolution was hijacked by Islamists. But how and why Islamists were able to capture the revolution, and how the Syrian insurgency became “Islamist” is a critical question rather than a starting point for analysis. Do Islamists wage more effective insurgencies than do non-Islamists? Why? apsamena politics
Foto Shura Qatar, Manateq
Se l'Italia facesse miglior uso del rapporto con il Qatar, allora tutti questi viaggi avrebbero un senso. Alla fine gli unici a divertirsi forse, sono i funzionari di Roma che si muovono in anticipo per preparare gli incontri istituzionali. Un ponte primaverile a Doha è sempre meglio di una visita di cortesia nel variegato Libano di Othman.
Quello che distingue un terrorista da un islamista, oppure dissidente e anche ribelle, è il cervello innanzitutto. E la coscienza storica.
Se non fosse stato per la ferma determinazione di Al Joulani, Nusra non sarebbe mai nata.
Al Baghdadi non diede grande importanza ai primi focolai siriani. Gli fornì una decina di uomini per toglierselo di torno. Abu Mohammed, che tra l'altro ne è parte integrante, si è studiato la storia dello jihadismo globale sui libri.
Quando gli arrivò dalla Libia l'idea della separazione da Al Qaeda, la rigettò in malo modo. Nel computo degli effetti derivanti dal rischio-beneficio non riusciva a vedere una reale opportunità nell'apertura di un fronte di guerra interno con Al Zawahiri in Pakistan e con i suoi in Siria.
In seguito si rese conto dell'importanza che la dimensione politica andava assumendo sempre più nei conflitti moderni. Non la politica dei ricatti di Putin e De Mistura, ai quali si sottoponevano le fazioni che accettavano di partecipare ai tavoli di negoziato, ma il concetto di partecipazione alla costruzione dello stato inteso come bene comune. Una tradizione trasmessa dal Profeta Mohammed (SAWS) dalla quale l'ideologia trae linfa vitale.
Al Joulani sta ancora pensando ad un modo indolore per unire le sue forze a quelle della Turchia. Attualmente deve risolvere la spina nel fianco costituita dal grave livello di corruzione e degrado riscontrati nei tribunali del governo di salvezza nazionale.
L'ideologia è un altro parametro utile a distinguere tra chi pratica la violenza pura e quelli che invece seguono i dettami del credo islamico.
La guerra è fatta di battaglie giornaliere e quindi di alleanze che non possono escludere Al Qaeda. Il salafismo di Ahrar al Sham è nella sostanza, piuttosto che nell'immagine.
Raramente però è riuscito a fare la differenza nella lotta di liberazione della Siria. Troppo è stato concesso alle aperture verso il secolarismo e la democrazia occidentale. O come questi vengono compresi e riadattati in medio-oriente.
Aperture che convinsero gli interlocutori americani e qatarini che Ahrar al Sham poteva costituire un modello da sostenere nell'ottica di una Siria senza Assad.
Il vivace dibattito interno che lo caratterizzava, e anche i continui rovesciamenti di fronte sul campo di battaglia, costrinsero il gruppo a chiamare alla guida Hassan Soufan. Un salafita moderato lontano da Al Qaeda, così definito dagli stessi jihadisti, finito nelle carceri di Assad dopo essere stato estradato dall'Arabia Saudita. Ne fu tirato fuori dopo più di un anno di trattative.
All'epoca Ahrar al Sham contava ancora diverse migliaia di combattenti. Una fusione con Hayat Tahrir avrebbe cambiato il corso della storia. Non solo di quella siriana. Alla fine esercito e intelligence turca non hanno dovuto faticare più di tanto per convincere una grossa frazione all'ingresso nel fronte nazionale.
La storia dei singoli ha anche un suo peso.
Se l'età media in Hayat Tahrir è molto bassa, vista la presenza di numerosi foreign fighters impiegati come inghimasi, vi sono ancora diversi combattenti con famiglia al seguito che possono vantare di aver tagliato il traguardo dei settanta. Si tratta di persone che hanno viaggiato attraverso conflitti e rivoluzioni dall'Egitto all'Afghanistan. Li si definisce hardliners perchè a questi è difficile spiegare che adesso una guerra è fatta soprattutto di politica.
Anche in un gruppo, che potremmo definire ibrido come Nour Eddin Al Zenki giacchè creato quasi a tavolino, ci sono storie importanti che affondano le radici nel passato.
Secondo alcuni resoconti stampa, il cittadino di origini egiziane residente in Italia che aveva costretto il figlio ad andare a combattere in Siria con il gruppo di Hussama Atrash, ha scelto Zenki perchè c'era il comandante di una katiba che avrebbe conosciuto attraverso la sua esperienza di mujahideen in Bosnia.
Anche Nour Eddin al Zenki alla fine si è arreso alle promesse di Erdogan.
Gli attivisti, o opposition supporters, perdono comunque sovente il confronto rispetto a questo tipo di dinamiche autodistruttive, perchè mettono gli ideali al servizio del sostegno straniero e mancano di reale esperienza politica. Quella che sia gli islamisti che gli jihadisti hanno maturato nel tempo.
Accettano consigli e direttive dei funzionari del dipartimento americano o di altri governi stranieri. Anche il sostegno finanziario.
La realtà sui campi di battaglia e nei villaggi è però cosa differente.
Quella realtà è meglio conosciuta da chi ci combatte ogni giorno anche incontrando o scontrandosi con tribù e rappresentanze di studenti.
Sia l'emiro del Qatar che il ministro degli affari esteri emiratino hanno ragione quando parlano di dissidenza ed estremismo con i loro interlocutori europei.
Si tratta di due facce della stessa medaglia i cui contorni dipendono dal contesto, ma che la storia moderna rende spesso poco distinguibili l'uno dall'altro e tende a ravvicinare.
Quando i governi occidentali sono chiamati a fare valutazioni rispetto all'evoluzione di movimenti come la fratellanza musulmana sul proprio suolo, devono tenere conto del contesto e soprattutto del proprio interesse nazionale. Che non è lo stesso del Qatar e nemmeno degli Emirati anche se si deve confrontare con questi su vari fronti.


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