L'elemento interessante dell'intervista a Sua Altezza è stata la sottolineatura sul fatto che Khashoggi secondo lui era un riformatore e non un oppositore. L'ipotesi formulata da Alwaleed conferma quella che pare essere la linea difensiva saudita sin dal primo momento. Qualcosa è andato storto nel momento in cui l'intelligence ha cercato di "engage" con Khashoggi per riportarlo a casa e renderlo parte del programma di riforme di MbS. Ciò quindi escluderebbe la tesi della premeditazione che, contrariamente a quanto scritto dalla stampa internazionale, non è stata ammessa dalla procura saudita che ne ha semplicemente preso atto dagli investigatori turchi. Linea scontata se a pagare saranno quelli come Al Asiri. Gente cioè che non proviene da un percorso interno all'intelligence e la cui colpevolezza può avvalorare la versione dell'incidente avvenuto all'insaputa dei vertici.
Alwaleed ovviamente non lo ha detto ma proprio lui sarebbe stato incaricato dall'erede al trono, visto il rapporto di conoscenza con il giornalista, di convincere Khashoggi ad aderire al programma di collaborazione ideato per dissidenti ed oppositori sauditi in esilio. Significativo anche l'appello "to Saudi Arabia" a rendere pubblici al più presto i risultati dell'inchiesta. Alwaleed conosce alla perfezione i meccanismi che muovono la politica occidentale e quella americana in particolare. Più il tempo passa e più difficile sarà per l'amministrazione Trump fare digerire ai propri referenti il rapporto ricucito con i sauditi.
Allo stesso modo di Turki al Faisal, Alwaleed è apparso in difficoltà. Il paragone con Abu Ghraib suonava come una forzatura retorica. Difficile comprendere a che punto siano le discussioni in seno alla famiglia ma l'estrema cautela con la quale si muove la vecchia guardia lascia intuire che MbS al momento non ha intenzione di lasciare né di farsi ridimensionare.

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