lunedì 7 dicembre 2015

Nulla di concreto

Il 12 Maggio del 2009 Claudio Galzerano era particolarmente scuro in volto.
Non si riesce a trovarne una foto che esprimesse serenità. Una giornata storta capita a tutti e alla conferenza stampa di una operazione antiterrorismo la stanchezza si fa sentire. Di solito però siamo abituati a vederlo soddisfatto se non almeno sorridente.

Il capo della Digos di Bari parlò di blocco delle teste pensanti. I pubblici ministeri riferirono di come fossero chiare le intenzioni da parte degli arrestati di portare a termine attentati.
Il Questore Manari dichiarò che l'operazione Wassiya aveva forse evitato qualcosa di più grave perchè gli arrestati facevano parte di una organizzazione più ampia. A distanza di tanti anni e con il senno di poi, ovvero con la consapevolezza che uno dei protagonisti di quella inchiesta si trova attualmente in Siria ed è anche tra gli artefici del clima di paura che respiriamo oggi in Europa, verrebbe da dare ragione alle testate giornalistiche italiane che all'indomani degli attentati di Parigi hanno puntato il dito contro i giudici colpevoli secondo loro di aver "liberato" Bassam Ayachi. Ma andando a ripescare proprio quanto affermato dal dirigente dell'Ucigos sia in conferenza stampa che in sede di testimonianza al processo, ci si rende conto che il giudizio formulato fu quanto di più appropriato le circostanze in cui si svolsero i fatti e l'epoca permettessero.

Bassam Ayachi e Raphael Fredric Gendron furono arrestati nel Novembre del 2008 nel porto di Bari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Sul loro camper vennero trovati tre cittadini palestinesi e due siriani entrati in Italia in maniera irregolare. Ciò che allarmò la polizia furono sei pen drive in possesso dei due francesi. L’antiterrorismo di Roma allertato della scoperta diede indicazioni affinchè fosse fatta una analisa rigorosa dei contenuti che avrebbero potuto costituire prova di attività terroristiche vista la nazionalità dei clandestini. Tradotti in carcere i due vennero sottoposti ad intercettazione.
Il 4 Dicembre dello stesso anno un cittadino belga di origini marocchine di nome Hicham Beyayo faceva ritorno in Belgio dopo un periodo trascorso nelle tribal areas al confine tra Afghanistan e Pakistan. La sua presenza in zona fu confermata dall’intelligence americana che aveva intercettato materiale audio-video inviato via mail ai suoi sodali in Belgio a testimonianza dello scopo del viaggio. Uno dei primi organizzati dall’Europa per addestrarsi nei campi qaedisti. Tra l’altro non a Peshawar dove tutto era predisposto per accogliere i foreign fighters stranieri ma nei Fata che era zona destinata ai mujahedeen arabi. Il 7 dicembre Beyayo inviò ad una sua conoscente un video che secondo la polizia belga esprimeva la chiara intenzione di compiere un attentato. Arrestato l’undici dicembre l’uomo dichiarò che si trattava di uno scherzo per riconquistare una ex fidanzata.
Nel frattempo il materiale scaricato dalle pen drive sequestrate ad Ayachi si era rivelato piuttosto interessante. Discorsi di bin Laden ed al Zawahiri e manuali di addestramento e combattimento. Tra le altre cose anche un testamento proprio di Hisham Abu Nidal nome di battaglia di Beyayo.
Redigere il wassiya è usanza comune per gli aspiranti martiri.
Non c'erano collegamenti con l'indagine belga ma dopo l'arresto di Bari una serie di verifiche effettuate presso le altre polizie europee accertò che i due erano stati segnalati. In conferenza stampa il dottor Galzerano chiarì che le conversazioni intercettate erano molto frammentarie e non c'era nulla di concreto tantomeno si poteva parlare di minacce immediate. Sottolineò però che i due rappresentavano la punta di diamante di al Quaeda a livello ideologico.
Forse era questa la ragione dell'apparente malumore del dirigente romano. Una conferenza stampa trionfale incentrata su chiacchiere di attentati non rendeva giustizia a quello che era il valore reale dell'operazione. Le idee immortali ed universali non possono essere bloccate e sono più pericolose di mille bombe.

L'elemento interessante dal punto di vista investigativo, emerso anche al processo nel corso della testimonianza del dottor Galzerano il quale tracciò la storia e le dinamiche dell'evoluzione globale di al Qaeda, è lo spostamento che in quegli anni prendeva corpo dei flussi di foreign fighters dalle zone del Maghreb e dell'Iraq verso l'area Af-Pak con la conseguente escalation del livello di progettualità degli attentati sul suolo europeo. Inoltre la vicenda di Ayachi e Gendron ha messo in evidenza la pericolosità della radicalizzazione e del proselitismo in carcere e anche delle reti che i terroristi possono costruire con le frange eversive interne. Non è un caso che Khalil Jarraya abbia visto pubblicate le sue richieste di aiuto dal carcere su riviste di aree militanti di sinistra.
Altro dato importante che iniziava ad emergere in quegli anni è il ruolo centrale del web nell'attività non solo di propaganda ma anche di reclutamento e organizzazione di viaggi verso le zone di guerra.

Al netto delle prove e delle traduzioni incerte e anche alla luce del fatto che la normativa non era la stessa di oggi, accusare i giudici di leggerezza è forse esagerato.
Allora le idee non erano considerate così pericolose come lo sono oggi.
Ci dovremmo piuttosto chiedere perchè ai giorni nostri di Ayachi non ce n'è solo uno ma tanti.

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