
Mentre la comunità virtuale si interroga sui rischi di invasione della privacy, che le iniziative del nuovo comandante della polizia municipale di Roma , potrebbero porre in essere, è bene vagliarne la reale efficacia, e quali conseguenze, queste potrebbero avere, a livello operativo.
I social media sono una risorsa in termini di informazioni e interazione tra individui.
In ottica investigativa, essi costituiscono una fonte di dati di rilevante portata.
Attraverso i social network, la polizia può acquisire notizie da utenti in forma scritta o multi-mediale.
Può farlo in maniera diretta, interagendo con gli internauti, ed in maniera indiretta, monitorando i siti con maggiore affluenza.
Raccolti i dati, deve selezionarli e formulare un piano d’azione.
Tutto ciò richiede modi e tempi ben precisi.
Le informazioni raccolte devono essere il più complete possibili.
Una web form, che sembra essere oramai la scelta di orientamento del dott. Clemente, è la misura più adatta, a sostituire la classica comunicazione verbale, che di solito ha luogo ai numeri di emergenza, o quando il cittadino si reca in Questura.
Twitter è un mezzo tanto utile, quanto insidioso.
La tempistica è estremamente ridotta e le informazioni spesso inesatte o manipolate.
Il format domanda-risposta, simile a quello di Ask e Formspring, crea incomprensioni che poi sfociano in attriti.
Nel caso della maratona di Boston, Twitter ha costituito un mezzo formidabile per la polizia, che ha saputo sfruttarlo in maniera ottimale.
Paradossalmente però, il Tweet che ha avuto maggior successo, non è stato quello con il quale si annunciava la cattura del presunto colpevole, ma quello tramite cui, si raccomandava alla gente di non compromettere l'azione degli agenti.
In quel momento, dopo aver raccolto e vagliato, tutto il materiale foto-video dell’accaduto, i poliziotti avevano bisogno di muoversi lungo il percorso, senza che nessuno li aiutasse, o glielo impedisse.
La gente ha capito e ha seguito le istruzioni.
E’ questa la funzione principale del social per chi lavora nel comparto sicurezza:
far comprendere alla gente, che la polizia non può portare a termine il proprio compito, e quindi proteggerli, senza il loro aiuto.
Che l’ordine pubblico, sia in termini di prevenzione che di repressione, è il risultato dello sforzo comune, tra cittadino e poliziotto.
Ed è chiaro dal Tweet che la signora ha inviato al comandante Clemente, che questo concetto per molti utenti oggi in Italia, è ancora oscuro.
La polizia non ha fallito, ma se ciò è accaduto, si tratta di un fallimento da condividere con noi.
Una semplice segnalazione via Twitter, distruggerebbe tutto il lavoro fatto fino ad oggi dalle forze dell’ordine su internet.
Ci sarebbero scontri tra utenti online e off, e forti diatribe con gli stessi operatori della polizia.
Alla fine si arriverebbe ad una gogna mediatica, e a farne le spese per primi, sarebbero gli stessi poliziotti, il cui operato, viziato da omissioni o errori, verrebbe segnalato senza prove sufficienti.
Si potrebbe adottare una via di mezzo, come stanno facendo in Canada e Russia le società responsabili dei parcheggi, con un app dedicata, che permette di inviare foto, video e segnalazioni dall'iphone.
Queste poi verranno vagliate in un secondo tempo.
E' esattamente il tempo che fa la differenza.
Si tratta dello stesso discorso del vice-capo Marangoni ieri, circa il numero identificativo sui caschi.
E’ una misura che inasprirebbe lo scontro.
C’è bisogno invece di dati certi e riflessione.
Immagini e video, danno questa possibilità se esaminati conoscendo il contesto globale.
Un Tweet o un codice, offrono un potenziale colpevole su un piatto d’argento, ma non la possibilità di fare giustizia vera
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associazione internazionale capi di polizia social media center

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