Quando Giada e la madre si trasferirono al mio paese, a meno di mezz'ora dalla città, c'era questa mania o moda dei pescaresi di fuggire in campagna. Non solo per il weekend. Volevano proprio viverci, perché dicevano che nei piccoli centri la vita è tranquilla. Al tempo stesso non mancavano le comodità.
Noi eravamo fieri di questa transumanza. All'epoca potevamo vantare la presenza di Ettore Spalletti nato e cresciuto da paesano internazionale. Cominciarono ad arrivare ingegneri, architetti, insegnanti. Si prendevano un casone (così lo chiamiamo da queste parti) poco fuori dal paese e lo ristrutturavano.
Ogni tanto scorrazzavano per la piazza e strade limitrofe. Chiacchieravano con la gente del posto, mostrando interesse per usi e tradizioni. Poi se ne rientravano nella loro tana. Donne delle pulizie e operai tuttofare ci raccontavano quello che succedeva d'estate e nei fine settimana. Cene con intellettuali e artisti.
La madre di Giada era molto ammirata. Un tipo brillante e gentile con tutti. Non meraviglia che la figlia sia diventata una professionista di successo.
Quello che mi sono sempre chiesta di questa gente presa dal sacro fuoco della campagna, è come risolvono dei problemi fondamentali per noi nativi del posto.
La noia. Qua non succede mai niente. Non le cose che succedono a Roma.
La solitudine. E' l'unico modo per stare al riparo dalle cattiverie.
La pulizia delle cacche in giardino. Anche ad averci un cane solo, o un gatto di passaggio, diventa uno stress non indifferente da affrontare.
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