Ahmed Al Malki ricorda come l'Italia sia «uno degli Stati più vicini al Qatar: abbiamo una visione strategica comune nel contrasto al terrorismo e abbiamo voluto fare questa conferenza alla Scuola di perfezionamento delle forze di Polizia a Roma proprio per rinnovare il profondo spirito di cooperazione tra i due Paesi».
«L'Islam è un'unica religione che unisce tutti i musulmani e predica la pace, noi viviamo in una società unita».Dalla platea è stato chiesto all'ambasciatore quale rapporto ci sia con i Fratelli Musulmani, l'organizzazione islamista accusata da alcuni stati – come l'Egitto e la Russia – di essere terroristi. «Noi dialoghiamo con i governi alla luce del sole, in piena trasparenza», ha risposto l'ambasciatore catarino in Italia. marco ludovico
L'Islam è unico. I musulmani sono tanti e diversi.
Il salafismo nella sua forma più essenziale, alla base delle interpretazioni adottate e promosse sia da Arabia Saudita che Qatar, altro non è che il ritorno all'Islam praticato dalle generazioni all'epoca del profeta (pace e benedizioni su di lui) e da quelle successive e che nel tempo era andato perso o modificato.
La fratellanza è nata come movimento politico e con il preciso intento di scindere la politica dalla religione. Per questo motivo, e anche per il fatto che il Qatar ha saputo meglio investire in PR, l'Islam praticato in Arabia Saudita viene percepito come maggiormente insidioso. In realtà la fratellanza pur risultando più accattivante, ha in sè una buona dose di violenza e i movimenti supportati dal Qatar, anche fuori da ambiti governativi e lontano dalla luce del sole, ne hanno fornito ampia prova.
L'Arabia Saudita nel corso degli anni attraverso i suoi rappresentanti, da Bandar bin Sultan a Mohammed bin Salman, non ha mai negato le proprie responsabilità, più o meno dirette, nel diffondere l'ideologia e supportare militarmente fazioni in guerra il cui raggio d'azione è andato purtroppo anche oltre.
Le azioni intraprese finora in concreto dall'erede al trono, per ridurre il livello di virulenza all'interno e al di fuori del regno, sono state innanzitutto quella di mettere a tacere i giuristi promotori di quella forma di wahabismo dedita al takfirismo. Nella confusione generata dalla disputa con il Qatar ne hanno fatto purtroppo le spese anche imam che praticano una forma di salafismo cosiddetto moderato. Il takfirismo esclude dal dialogo gli stessi musulmani sunniti che non aderiscono a quella interpretazione e che vengono quindi rappresentati come miscredenti. Le radici dell'odio contro sciiti ed ebrei nascono da questa logica di esclusione.
Mohammed bin Salman avrebbe inoltre presentato ai governi e alle agenzie d'intelligence occidentali, discutendone innanzitutto in questi giorni a Londra con i vertici di Mi5 e Mi6, una bozza di taglio dei fondi alle moschee che in tutto il mondo seguono quel tipo di ideologia.
E' utopico pensare che si tratti di una mossa risolutiva. Un solo Paese non è responsabile per la deriva estremista. Ma è un passo nella giusta direzione.
Rimane ancora da vedere con quale interpretazione l'erede al trono voglia sostituire quella corrente. Pur avendo spesso dichiarato l'intenzione del ritorno al vero Islam, almeno in pubblico non ha specificato l'orientamento che il regno intende intraprendere. E' una iniziativa che solo lui ha il potere di stimolare. I giuristi sauditi sono allergici al riformismo e il contraccolpo ad un simile cambiamento può essere insidioso.
Non sono da escludere una rivolta contro le istituzioni da parte della popolazione e il rafforzamento dei gruppi terroristici che vedrebbero in un cambiamento del genere una opportunità per allargare la propria base.
Lo sbocco più naturale sembrerebbe essere la scuola di pensiero, un misto tra la tradizione di Ahmad bin Anbal e gli Athari, che chiede di rivedere la pratica salafita che apre le porte alle divisioni e all'estremismo.
Dalle parole dei rappresentanti del Qatar presenti al convegno, pare di capire che non abbiano questo tipo di dilemmi e poco è dato sapere dei protocolli antiterrorismo firmati non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri Paesi.
Se diventa sempre più difficile dal punto di vista giudiziario definire le responsabilità individuali in ambito terroristico senza ledere le libertà personali e limitare la libertà di espressione, a maggior ragione non è semplice inquadrare la questione rispetto ai singoli stati o governi.
Seguendo la logica dei flussi finanziari, l'Italia che nei decenni avrebbe versato somme cospicue nelle casse di Al Qaeda, è da considerare terrorista al pari di Qatar e Arabia Saudita.
Se si allarga il ragionamento al contesto e alle esigenze, allora l'Italia ha in fondo agito per motivi umanitari e in conseguenza dell'evoluzione degli eventi nei territori di guerra.
Paga inoltre la mancanza di una strategia comune.
Prendendo come parametro di riferimento l'arena siriana, giova ricordare come all'operation room assemblata in Turchia all'inizio della guerra, aderirono arabi, americani e turchi con lo scopo di rovesciare un dittatore che tutt'oggi si accanisce contro il proprio popolo. E lo fecero servendosi dei migliori tra gli eserciti a disposizione. Gli jihadisti sono gli unici che possono sfidare alla pari chi li ha in fondo creati. L'eversione, o resistenza, nasce dalla repressione.
In seguito però, la motivazione umanitaria ha lasciato spazio agli interessi personali.
Ognuno si è coltivato la propria fazione a seconda delle esigenze, trasformando così il campo di battaglia in una guerra che comprende molte piccole guerre. A questa evoluzione è conseguita una involuzione del modus operandi delle fazioni finanziate dai governi stranieri.
Jaish Al Islam era un esercito di tutto rispetto sotto la guida di Shaykh Zahran Alloush (Allah ne abbia misericordia) che era uomo di grande correttezza ed etica. Poi si è trasformato in un Daesh in miniatura. Lo stesso si può dire di Ahrar Al Sham e Zenki, che nel cosiddetto infighting di questi giorni contro Hayat Tahrir, hanno messo in mostra una sequenza di azioni degne di Al Qaeda. Eppure sono fuori dalle designazioni perchè creature americane, o sostenute a fasi alterne da americani, qatarini e turchi.
L'impegno sul fronte dell'anti-terrorismo da parte del Qatar si è visto in concreto quando ha messo Nusra sulla strada del distacco da Al Qaeda. Lasciato Al Julani al suo destino però, dopo aver tentato di trattare con il dipartimento di stato la cancellazione della designazione terroristica, da Jabhat Fath ad Hayat Tahrir il microcosmo qaedista si è frammentato e adesso si sta ricompattando in Hurras Addin. Siamo entrati in una fase molto importante della storia dello jihadismo, ma nessuno se n'è accorto e nemmeno cerca di orientarla. Ognuno pensa ai propri interessi. Quegli stessi interessi che hanno creato la crisi del Golfo. Le accuse reciproche di terrorismo sono una semplice scusa per rimodellare la scala del potere all'interno della regione.
Ed è per una mera questione d'interessi che "l'Italia non ha creduto" alle accuse mosse contro il Qatar. Le accuse di terrorismo non sono una problema di fede.
Ma di valutazione di fatti che il governo italiano ha effettuato, grazie al lavoro degli apparati d'intelligence e di sicurezza e senza il bisogno delle prove portate dall'Arabia Saudita e dalla difesa del Qatar, confrontando il tutto con le proprie esigenze.
Al netto delle evidenze l'Italia non ha preso posizione nella disputa, ma ha cercato di trarne vantaggi. Il Qatar si è fatto carico di diverse realtà economiche italiane andate a male ed ha fatto acquisti da aziende importanti come Fincantieri che da pochi mesi ha anche un ufficio a Doha.
Bisogna comunque tenere presente che l'Arabia Saudita rimane protagonista determinante in vari scenari e con interlocutori che rappresentano interessi comuni per l'Italia.
Dall'Iraq al Libano passando per la Libia.
E' arrivato forse il momento, pur rimanendo neutrali rispetto alla disputa del Golfo, di intrecciare relazioni più ampie e durature con Mohammed bin Salman che rappresenta il presente e il futuro della galassia medio-orientale.
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