Ogni volta che tornano alla ribalta le relazioni spericolate dell’attuale primo ministro israeliano con uomini d’affari implicati in casi giudiziari scottanti, c’è sempre un giornalista che sui social tira in ballo Yossi Cohen e i dossier da lui curati negli ultimi anni.
Dossier che hanno a che fare principalmente con l’industria energetica e delle telecomunicazioni. Questioni che da Israele rimbalzano in ogni angolo del pianeta.
Il giornalista chiude di solito il ragionamento chiedendosi:
sarà un caso che dieci giorni dopo Cohen è stato nominato a capo del Mossad?
Anche Ram Ben Barak, che oltre ad essere persona di grandi capacità è uomo corretto, non si è sottratto a questo meccanismo perverso. Ogni tanto risuona una sua intervista nella quale, rispondendo a una domanda sul perché non fosse stato nominato direttore, disse che lui non era amico di famiglia della signora Netanyahu.
In uno scenario del genere i giornali italiani avrebbero sguazzato.
In Israele in parte ciò accade, ma il riscontro sui social da parte del cittadino medio è di grande scetticismo.
Conoscono l’uomo Cohen, debolezze incluse, e il professionista.
Conoscono e apprezzano l’istituzione della quale è al servizio. Conoscono le problematiche che Israele storicamente e giornalmente deve affrontare e rigettano l’ipotesi che i vari casi giudiziari in corso legati alla famiglia Netanyahu, siano in parte la conseguenza di certe presunte connivenze.
Nessuno in Italia può permettersi di sostenere che gli attuali vertici dei servizi segreti, riferendoci non solo alle tre cariche ora sotto scrutinio ma all’intera classe dirigente fatta di vice-direttori e capi di reparti e divisioni senza i quali l’intero dipartimento non funzionerebbe a dovere come accade da diverso tempo a questa parte, non sono persone di elevata caratura morale e professionale.
Se partiamo da questo presupposto, non si può gridare al colpo di stato nel momento in cui il presidente del consiglio chiede proroghe o riconferme. Se il capo di un esecutivo e il ministro dell’interno tramano contro lo stato o a favore dei propri interessi personali, devono farlo nella piena consapevolezza di poter contare sui servigi dei capi degli apparati di sicurezza.
Tanto più che ormai conosciamo bene sia il direttore del Dis sia i direttori delle due agenzie. Abili nell’adattarsi a qualsiasi situazione e interlocutore, ma poco malleabili e inclini a lasciarsi strumentalizzare.
Chi ieri ha gridato allo scandalo, premettendo che non era in discussione però l’onestà dei direttori, non comprende oppure è in malafede. E ha colto l’occasione per fare un po’ di campagna elettorale sfruttando anche l’ingenuità dei propri potenziali elettori.
Anche il politico ingabbiato nel suo ruolo e che vive il partito come un feudo, si è infilato nella vicenda del rinnovo delle cariche per trarne vantaggi personali.
C’è stato quello che ha usato il caso per aprire in anticipo i negoziati post-elettorali.
E poi non poteva mancare l’intelligence.
Quella che ha amici giornalisti e sparge veleno virtuale attraverso i propri emissari .
Tra ieri e oggi abbiamo letto storie che in parte conoscevamo già, ma che visto il momento sollevano dubbi non tanto sull’istituzione. Piuttosto su chi ci lavora.
A sentire loro l’Aise sarebbe una via di mezzo tra un Cremlino e il Ritz di Riyadh.
E il direttore pare la versione italiana di Kim-Jong.
Storie poco credibili perché i fatti e i risultati parlano da soli. Forse questo è il vero problema in Italia. I fatti si fanno, ma se ne parla poco e male.
In questo scenario il presidente Gentiloni e il ministro Minniti, che di certo hanno a cuore anche i propri interessi, sono stati gli unici a mostrare senso di responsabilità verso l’Italia.
Ci sono questioni da risolvere per le quali la continuità garantita dai comparti d’intelligence è essenziale. E la proposta del presidente del consiglio è l'unica ragionevole.
Twitter certo non è la vita reale ma ne è uno specchio.
Addolora leggere spesso frasi d’odio contro il nostro Paese. Non solo contro le istituzioni, che in fondo nel contesto risulta anche comprensibile. Ma contro l’Italia tutta. Usurpatori ci chiamano. Viene da chiedersi cosa abbiamo fatto per meritarci tanto disprezzo da parte dei libici.
Se come sembra c’è una strada per chiudere il cosiddetto dossier Libia in modo da riportare calma ed equilibrio, allora abbiamo il dovere morale di farlo. Così come dobbiamo trovare un motivo per la morte di Lo Porto che di certo non può sperare nella famiglia e continua a essere un cadavere di serie B senza giustizia.
Ci sono rapporti internazionali da migliorare o consolidare.
Questo e tanto altro richiedono stabilità . E la continuità è essenziale.
Però se tutti o quasi antepongono il proprio bene a quello dell’Italia, di certo il futuro non è roseo. E il problema vero non sono tre nomi, ma le ragioni profonde per le quali non si riesce a mettersi d’accordo.
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