qui è Jabhat Fath Al Sham (JFS, già Jabhat Al Nusra), gruppo che attualmente aderisce alla formazione ombrello Hay'at Tahrir Al Sham (HTS), a rappresentare la componente più agguerrita contro il regime di Assad.
Relazione 2017
Hay'at Tahrir è una unione con una autonomia e una identità propria, che annullano le precedenti formazioni, e alla quale si può aderire in maniera totale sottomettendosi al comando di Abu Mohammed Al Julani oppure attraverso un'alleanza, con limiti temporali e geografici definiti, che non richiede lo scioglimento del proprio gruppo. Pochi elementi, che non si sono mai riconosciuti in Al Qaeda e non vedevano di buon grado la leadership di Al Julani, continuano a combattere sotto la denominazione di Jabhat Fath in maniera indipendente. Si tratta comunque di piccoli gruppi sparsi nel nord della Siria.
Anche Shaykh Abu Malik Al Tali, che ai tempi di Nusra operava in piena autonomia ed è rientrato ad Idlib dopo le trattative di Arsal, risulta essere pienamente integrato nella nuova formazione.
In casi come quello di Jaysh al Fath, operation room che riemerge ciclicamente a seconda delle esigenze militari, si può parlare di formazione ombrello dal momento che la nomina di un comandante generale non annulla in modo permanente le cariche ricoperte nei singoli gruppi.
Sono dettagli questi che non interessano il grande pubblico, ma che risultano importanti per una migliore comprensione delle problematiche derivanti dalla diatriba tra Al Qaeda e Nusra in seguito alla scissione e relative alla validità della bay'ah data a Shaykh Al Zawahiri.
Servono anche a valutare in che modo le dinamiche interne all'arena siriana possono riflettersi su scala globale.
Nel momento più critico per i vertici di Hay'at Tahrir, quando ormai sembrava che la formazione stesse per fare la misera fine di Jabhat Fath, Sheikh Abdel Rahim Al Attoun, che oltre ad essere l'uomo più fidato di Al Julani e giurista di grande caratura, è anche un profondo conoscitore del carattere dei suoi uomini, iniziò a rispondere punto su punto alle accuse che gli venivano mosse da più parti in relazione ad un presunto imbroglio perpetrato nei confronti di Shaykh Al Zawahiri, che ha sempre ribadito di non essere stato avvertito in tempo dell'annuncio di separazione fatto da Shaykh Al Julani nel Luglio del 2016, e anche del livello di corruzione praticato dai vertici dell'organizzazione emerso da intercettazioni presumibilmente realizzate dall'intelligence turca e rese pubbliche da Zenki.Ciò che in quell'epoca preoccupava in modo serio Shaykh Al Attoun, era il livello d'attenzione risvegliato nell'arena jihadista. Non passava giorno senza che arrivassero messaggi di solidarietà ed esortazione alla riconciliazione un pò da tutti i gruppi fedeli a Shaykh Al Zawahiri. I più insistenti erano quelli del Sahel e del nord Africa che puntavano, più che alla pacificazione, ad un riassetto qaedista in grado di rievocare i fasti dell'era di Bin Laden con l'aggiunta della novità rappresentata da una base stabile in Siria con la quale coordinarsi e dalla quale lanciare attacchi su scala globale.
Cosa che esula completamente dagli interessi di Al Attoun e Al Julani, che vedrebbero annullati gli sforzi profusi nella lotta di liberazione della Siria, e che per il momento si accontentano dell'obiettivo raggiunto di aver creato un movimento che, pur accogliendo combattenti da ogni parte del mondo, ha una sua identità sia geografica che ideologica fortemente legata ai territori difesi.
Se nella relazione del 2016 la sicurezza nazionale prendeva atto della separazione tra Nusra e Al Qaeda, segnalando la diffidenza manifestata da più parti nei confronti di una operazione considerata cosmetica, a distanza di un anno sembrerebbe aver gettato nuovamente Nusra, ormai divenuta Hayat Tahrir al Sham, nel grande calderone di Al Qaeda.
La questione ha contorni più ampi e complessi.
Anche questi sono meccanismi che esulano dall'interesse di un pubblico vasto e nemmeno sono alla portata delle capacità degli analisti occidentali, in particolare europei, che operano in un'ottica più ristretta. Si tratta di valutazioni per la maggior parte prese in carico direttamente dal direttore del comparto d'intelligence che segue determinate vicende. Visti gli interessi italiani su suolo africano e medio-orientale, è compito del direttore dell'Aise rappresentare al governo in maniera sintetica l'evoluzione delle dinamiche che riguardano i gruppi terroristici di riferimento in relazione alle conseguenze su scala globale.
E a proposito di sintesi e di conoscenza diretta del fenomeno, Shaykh Abu Sulayman Al Muhajir a mia domanda specifica rispose che attualmente in Siria c'è Al Qaeda e poi ci sono gli altri gruppi.
Questo scenario è stato rappresentato con un nuovo frasario che ha definito HTS come una sorta di Al Qaeda annacquata o diluita. Le continue dispute sulla metodologia religiosa e la realtà della rivoluzione con la quale Al Julani e i suoi uomini devono trovare un punto di contatto, hanno generato una crisi identitaria che li ha ormai allontanati da Al Qaeda sia nella forma che nella sostanza e che non li aiuta però, a trovare un'altra sponda di approdo. Motivo per cui spesso ritornano a vecchie pratiche ed alleanze.
La conclusione di Shaykh Abu Sulayman è largamente condivisibile dopo aver seguito la diatriba per oltre un anno analizzando, assieme ad accademici e giornalisti, la copiosa documentazione ormai presente in rete completamente tradotta in inglese , costituita da testimonianze in tribunali shariatici siriani, scambi epistolari tra esponenti di spicco di Al Qaeda e gruppi satelliti in vari continenti, dialoghi sui social e pronunciamenti giuridici.
In Siria c'è un nutrito gruppo di fedelissimi di Al Zawahiri che mira a formare una Al Qaeda che abbia connotazioni tali da legarsi in maniera stabile alla rivoluzione e allo stesso tempo sia impegnata a portare avanti lo sforzo della jihad globale. Questi per il momento faticano ad attrarre in maniera concreta l'interesse degli altri simpatizzanti di Al Qaeda sparsi tra i vari gruppi di jihadisti e ribelli.
Troppo impegnati forse in beghe interne e anche spaventati dall'estremismo e dalla violenza sia dialettica che materiale, riconducibili alla metodologia religiosa seguita, che caratterizza il modus operandi dei luogotenenti di Al Zawahiri.



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