Le refus de la France de dialoguer avec les groupes dits djihadistes nie les réalités de terrain : des canaux de communication, directs ou non, sont d’ores et déjà établis au Niger, au Burkina Faso ou au Mali. Ces dialogues sont ardus et empreints de méfiance, mais ils peuvent progresser. Qu’on les juge opportuns ou pas, la réalité est là et la France court le risque de se retrouver du mauvais côté de l’Histoire en maintenant sa position de fermeté. lemonde
Oggi c'è una grande domanda d'Europa. Per un Paese come l'Italia questo significa anche un impegno a lungo termine per contrastare i rischi del terrorismo e le cause profonde dei fenomeni migratori perchè solo dalla cooperazione con questi Paesi e dallo sviluppo di questi Paesi potremo arginare il terrorismo e contrastare le cause dei fenomeni migratori. Paolo Gentiloni Bruxelles 23 Febbraio 2018
In epoca moderna il contrasto al terrorismo portato avanti nelle terre di origine, fatto di azione militare ma anche di supporto ai sistemi politici ed economici locali, non può prescindere dal dialogo con una parte delle fazioni in guerra. Anche quelle più estreme. Dialogo che è già presente, ma in maniera frammentata e in dipendenza di esigenze particolari. Anche quando si riuscisse a stabilizzare i governi di quelle realtà, rimarrà sempre attiva una parte di dissidenza e lotta armata che riuscirà ad attrarre gli insoddisfatti e i delusi.
Di certo si tratta di un impegno di lungo periodo e il presidente Macron, nel corso delle settimane precedenti all'incontro di Bruxelles, ha messo in piedi una macchina mediatica e diplomatica tale da convincere i partecipanti ad aderire all'iniziativa. Ma il solo approccio militare difficilmente darà risultati apprezzabili. L'Italia, che ha ottime tradizioni e credenziali come mediatore e fautore del dialogo, deve farsi promotore di un orientamento più inclusivo.
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