Dalle nostre parti se torni al paese natale con i gradi di generale e un curriculum tra Afghanistan, Iraq e Libia (riferimento puramente non casuale) e ti metti a fare le piroette in mezzo alla piazza, nessuno ti dice niente. Anzi ti fanno un applauso e ti chiedono il bis.
Se invece sei una qualsiasi e ti metti l'hijab, comincia una girandola di chiacchiere che non finiscono mai. Ragion per cui, tra i dettami che per il momento ho rinunciato a seguire di ritorno dall'Oman, c'è l'abbigliamento islamico. La qual cosa mi pesa molto. Ho cercato di osservare il modello indicato dal nostro Profeta. L'Islam è equilibrio. La ricerca di un bilanciamento, soprattutto in tempi e contesti complessi, non è segno di rassegnazione al compromesso.
Nei post che scrissi nel frangente della liberazione mi ero concentrata sulla disamina tecnica. La questione politica e la responsabilità dei servizi segreti erano altro. Un analista impegnato in materia di terrorismo (e anche l'operativo) non poteva non sapere che la risposta di Silvia, a proposito del cambio d'abito, sarebbe stata negativa. Il vertice dell'agenzia avrebbe dovuto suggerire equilibrio al capo del governo e ai suoi ministri.
Con il senno di poi, le scelte fatte non hanno cambiato il destino politico del Paese o incrinato più di tanto il rapporto con gli americani. Hanno comunque incrementato le criticità annesse alla tenuta democratica del Paese.
Se nel corso dell'operazione di recupero vi è stata una disparità di trattamento tra capo del governo e titolare della Farnesina, quello è un altro tipo di responsabilità dei vertici dei servizi.
Uno di questi giorni invito John Caravels al mio paese. Con la p minuscola.

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