Un'amica mi raccontò di essere stata in ospedale assieme al figlioletto per sapere notizie. Si meravigliò del fatto che non fossi lì. Sapeva quanto lo amavo. E vivevo a due passi dal Maggiore. Vicino all'Alfa Wasserman.
A dire la verità non avevo nemmeno avuto il tempo di pensarci. Rimasi davanti alla televisione ad ascoltare i bollettini medici. Sembrava un film dell'orrore. La morte in diretta. All'epoca non c'erano i social. I racconti di amici, curiosi e conoscenti arrivavano attraverso i collegamenti dei telegiornali.
Ha la testa gonfia come un pallone. E' svenuto. Ce la fa. E' in come farmacologico. Non ce la fa.
Cercavo di ricordare quando lo avevo visto da lontanissimo al paladozza. Era venuto a ritirare un premio. Era lo stesso di quello che si vedeva sui giornali. Parlava a bassa voce. Senza cambi di tono o ritmo. Sembrava una persona normale.
Ayrton a me piaceva perché aveva fatto dell'introversione un punto di forza. L'aveva trasformata in passione e tenacia. Dedizione e meticolosità. Quando si è introversi, si viene subito messi sotto accusa da quelli che dovrebbero essere d'aiuto. Famiglia, insegnanti, amici.
Ti dicono tutti che hai qualcosa di sbagliato che devi cambiare. Nessuno dice come. Oppure te lo dicono per farti diventare come vorrebbero loro.
In questi giorni che si è tornato a parlare di dislessia e intelligence, è stato forse perso un punto. Che ci vuole una sensibilità superiore per capire e incanalare in maniera costruttiva diversità e debolezza. Nella società di oggi la sensibilità è considerata debolezza a sua volta.
Oggi si ricorda Ayrton con un hastag -sempre.
Nulla è per sempre. Senna non c'è più e la formula uno è tutta un'altra cosa.

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