All'epoca in cui era ancora in corso l'inchiesta Megaride, il procuratore di Napoli Lepore, prima attraverso il vice capo Cirillo e poi in maniera diretta, propose al capo della polizia di promuovere e trasferire a Roma il capo della squadra mobile. La procura voleva evitare al dottor Pisani l'umiliazione del divieto di dimora.
Di questo ed altro parlò il prefetto Manganelli nel corso della testimonianza resa al tribunale di Napoli.
Man mano che il processo entrava nel vivo, i resoconti dei testimoni della difesa e la documentazione prodotta iniziavano ad indebolire le tesi della procura. Era chiaro a quel punto, che tutto quanto Pisani aveva detto e fatto in qualità di capo della squadra mobile era passato al vaglio dei suoi superiori. Il confronto in aula con i vertici della polizia locale e romana in quelle settimane si faceva sempre più duro. Nemmeno il capo della polizia poteva sottrarsi allo schema.
Era estate. Il prefetto Manganelli era già molto sofferente per la malattia che lo aveva colpito, ma in maniera molto pacata rispose alle domande. Si scusò per la voce roca causata dall'aria condizionata dell'automobile con la quale aveva viaggiato da Roma.
Il pubblico ministero cominciò ad incalzarlo.
Quando iniziò a parlare della storia del trasferimento, i pubblici ministeri lo ascoltavano con attenzione. Non ci furono interruzioni polemiche. Solo qualche richiesta di chiarimento come se la cosa a loro risultasse sconosciuta.
Il capo, quasi con una punta di orgoglio trattenuta da tempo, ricordò di avere spiegato al dottor Lepore che tempistica e modalità di trasferimenti e promozioni non potevano essere decisi da lui e nemmeno dalla procura. C'erano procedure e regole da rispettare.
Diversi poliziotti della Questura, dopo aver ascoltato il racconto, si lamentarono dell'atteggiamento tenuto dal vertice della polizia di stato. Secondo loro bisognava promuovere Pisani per dimostrare quanto valeva anche nel mezzo di una bufera. Non capirono l'importanza della puntualizzazione, in quel preciso frangente e rispetto all'interlocutore, sulle regole che la polizia rispettava sempre e comunque.
Alla scuola di formazione dovrebbero forse insegnare che il mestiere del poliziotto è fatto anche, o soprattutto, di no e passi indietro.
Foto Repubblica

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