La conferenza Euromediterranea si è tenuta alla presenza di rappresentanti delle agenzie di intelligence straniere maggiormente impegnate sul fenomeno della radicalizzazione, volta a propiziare la condivisione di conoscenze e a delineare una visione comune sui tratti della sfida, tracciando anche un percorso futuro che, attraverso il continuo affinamento dei moduli cooperativi e di interscambio, concorra a rafforzare le capacità di prevenzione dell’estremismo violento.
sicurezza nazionale
Il modo in cui è stata (pre)annunciata la conferenza, e il tipo di copertura mediatica con la quale è stata accompagnata, fanno pensare ad un evento in stile Munich Conference o anche Uani. Riservati al gotha di diplomazia e sicurezza oppure quelli ai quali partecipano le rappresentanze del Golfo per incontrare gli interlocutori israeliani, ma di cui ovviamente vi sono scarse testimonianze audio-video.
Stando ai resoconti stampa è stato fatto il punto da parte di esperti ed investigatori su tutto quanto detto e ottenuto in materia di contrasto al terrorismo in particolare in questi anni segnati dall'ascesa di Daesh.
Non si è evidentemente trattato di un evento pensato per stimolare la cultura della sicurezza nelle masse, ma un modo per contare e contarsi. Magari alla ricerca di una narrazione alternativa da proporre all'amministrazione americana che sembra non essere intenzionata ad andare oltre la politica delle sanzioni .
Secondo Enrico Savio, vice direttore vicario del Dis, è necessario prima di tutto superare un vecchio paradigma, quello che portava a vedere la radicalizzazione jihadista come “un fenomeno esterno”. Savio ha osservato come le nostre società siano protagoniste di “cambiamenti profondi”. E anche un “modello democratico, aperto e interattivo di società” può generare “reazioni avverse, aggressive, ostili, drammatiche”. In questo senso, “se non individuiamo le cause alla radice, tutte le risposte, più o meno efficaci, saranno tattiche e non strategiche”. Secondo Savio occorre invece proiettare il pensiero “a lungo termine” e realizzare che una società che crea differenze, con “élite privilegiate e masse meno privilegiate”, non può vedere la radicalizzazione di matrice islamica come un “fenomeno altro, esterno”. Da questo punto è necessario sviluppare un’analisi comune. Il che, ha aggiunto il vicedirettore vicario del Dis, “non significa lanciare un’iniziativa unica, ma coniugare, contemperare diverse identità all’interno di un unico disegno e di un unico obiettivo, quello della pace e della stabilità nel Mediterraneo”.
Agenzia Nova
Un ragionamento interessante, e decisamente di più ampio respiro nell'ambito della conferenza, è arrivato dal vice direttore vicario del Dis.
Se per un verso, in fase di analisi e disamina del fenomeno può avere ancora senso parlare di dinamiche esterne ed interne, c'è da tenere presente che l'Islam è religione universale nel tempo e nello spazio. Uno stile di vita, e un modo di essere e di pensare, piuttosto che una "semplice" religione fatta di regole da osservare e tradizioni da perpetuare. Coloro i quali la praticano hanno radici ed esperienze di vita molto diverse tra loro.
Per un musulmano è importante la sofferenza dell'oppresso nelle terre d'Islam così come lo sono le difficoltà quotidiane da affrontare su suolo occidentale. E' su questo secondo aspetto che punta la retorica degli istigatori-reclutatori, che ha come obiettivo quello di avviare la fase di radicalizzazione utilizzando come trigger il disagio derivante da piccoli e grandi rancori legati al vissuto dell'individuo.
L'intenzione di compiere un attentato, o di partire per le aree di guerra, corrisponde all'apice di una fase di ribellione che non è prerogativa del musulmano ma appartiene a tutti quelli che si sentono ai margini della società.
Le parole di Anas El Abboubi, pronunciate nel corso di una telefonata ai genitori dalla Siria, in contrasto con le dichiarazioni fatte ad MTV qualche anno prima, sono indicative di questo tipo di percorso. Il ragazzino orgoglioso dei sacrifici fatti dal padre per giungere e sistemarsi in Italia, pronto ad emularlo ed anzi a superarlo, ha lasciato spazio al combattente di Daesh che se la prendeva con i maledetti che costringono il genitore a vivere come un cane.
Alla fine del percorso gli oppressori, agli occhi di un radicalizzato-estremista-terrorista, si equivalgono. Il dittatore appare sullo stesso piano del governo occidentale o anche del cittadino che vota i propri rappresentanti. Lasciarsi esplodere in Europa o nella piazza centrale di Idlib serve a completare la via della jihad.
Il problema principale è l'esistenza di un reale modello aperto e democratico. Quello che i terroristi contestano alle nostre società, ponendo le basi del sentimento del noi contro voi, è in fondo lo stesso tipo di critica di cui si serve Vladimir Putin per trarre massimo vantaggio dalle contraddizioni che attraversano la nostra storia.
Società aperte per modo di dire o forse anche troppo aperte.
Società che spesso si fanno scudo di standard doppi e paradigmi poco chiari per imporre le proprie condizioni.
Coniugare è la parola chiave. Avvicinare per tenere assieme senza sconfinare.
La coesistenza delle diversità deve produrre arricchimento e non mortificazione.
Tanto è stato fatto in questi anni sotto il profilo del contrasto e in relazione ad una minaccia che rimane costante pur cambiando contorni nel tempo.
Se si ragionasse in un'ottica di lungo periodo, come rimarcato dal dottor Savio, e con la volontà ferma di risolvere i problemi più che il problema, si riuscirebbe ad andare anche oltre il Mediterraneo.
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