giovedì 17 dicembre 2015

La diga dei misteri

Numerosi sono stati nel corso degli anni gli interlocutori nonché beneficiari di appalti e miliardi concessi da americani ed iracheni per trovare una soluzione definitiva a quello che sin dal primo giorno di costruzione si presentava come un disastro.
Come recita una relazione redatta dall’associazione nazionale ingegneri americani Saddam probabilmente a tutto pensava nel lontano 1980 fuorchè a costruire una diga. Su un terreno così poroso e fragile è suicida non tanto una costruzione del genere ma di quelle dimensioni. L’ex dittatore iracheno mirava più che altro ad impressionare il suo popolo negli anni in cui iniziava la lunga guerra con l’Iran.
L’unico aspetto che può aver reso diversa la candidatura italiana rispetto alle altre è una soluzione alternativa alle continue iniezioni a base di cemento e sabbia che nel tempo hanno cercato di ridurre le fratture e le infiltrazioni. E anche nel pacchetto difesa portato in dote.
Di solito a chi aderisce al bando viene offerto l’apporto dell’esercito iracheno ancora scarso in quanto a preparazione o l’innesto di qualche compagine di contractor occidentali. Ma è ben poca cosa rispetto ai due miliardi di contratto che andrebbero spesi tra manodopera asiatica e risorse da impiegare in una restaurazione ardua . E infatti molti hanno lucrato sulla diga di Saddam in questi anni. Presi i soldi ci hanno messo un po’ di cemento qua e là ma con scarsi risultati.
La vera sfida sarebbe quella di ricostruire altre dighe come quella di Badush che poggiano su terreni più stabili. Ma la spesa salirebbe di parecchi miliardi di dollari.

E’ sbagliato affermare che i nostri 450 soldati andranno a difendere un lavoro che in fondo è parte dell’impegno complessivo assunto in Iraq. Quella diga nonostante tutto costituisce un tesoro inestimabile perché è il baluardo di un bacino energetico enorme. Anche Daesh di tanto in tanto manda i suoi ingegneri a rattopparla. Un crollo completo seppellirebbe mezza Mosul con i suoi abitanti e taglierebbe un bel po’ di elettricità. Qualche attacco suicida è inevitabile ma proteggere la diga non è essenziale per vincere la guerra. Al massimo ci potremmo ritrovare a combattere fianco a fianco con i terroristi del PKK che spesso e volentieri si battono con i curdi nostri amici.
Se la commessa fosse andata ad una azienda di stato e per forniture militari allora l’impiego dell’esercito italiano avrebbe un senso. Gingilli come Finmeccanica ed Eni alla fine sono un indotto per il sistema Italia.
Ma che giovamento può trarre il Paese o il governo italiano dall’invio dell’esercito a difesa degli interessi di una azienda privata ?

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