La posizione granitica della Regione Lombardia non trova però consensi unanimi. A cominciare dal prefetto di Milano, Alessandro Marangoni: «La religione non deve essere confusa con la sicurezza, è comunque un problema che verrà trattato nelle sedi opportune».
aggiunge Orlando, «in questo momento c’è bisogno di tutto tranne che agitare dei simboli e di fare propaganda, perché mi pare che in questo ambito gli estremisti islamici siano imbattibili e quindi non mi cimenterei su questo terreno».Marco Ludovico ilsole24ore
Da un punto di vista strettamente aderente ad esigenze di sicurezza, il burqa rappresenta decisamente un pericolo in quanto può essere utilizzato per fuggire e per nascondere armi.
Nel primo caso però vi devono essere dei presupposti ben precisi affinchè un individuo si dia alla fuga. In una eventualità del genere le forze di polizia sono di certo già in allerta . Quindi il burqa è solo uno strumento funzionale ad un contesto.
La famosa fuga in burqa di Mohammed Ahmed Mohamed in Inghilterra fu resa possibile dal fatto che il livello di sorveglianza su di lui era stato abbassato in seguito alla relazione ricevuta da Theresa May secondo la quale il soggetto in questione non costituiva un pericolo per la sicurezza nazionale. L’evento della fuga nel suo complesso fu propiziato da una errata valutazione di polizia e servizi segreti.
Nel secondo caso è bene ricordare che il burqa non è il solo abito che consente di nascondere armi ed ordigni. Tanto più che siamo entrati ormai nell’era degli esplosivi liquidi. E in Lombardia secondo Hamza Piccardo vi sarebbero solo una ventina di donne che fanno uso del burqa.
E’ vero che chi pianifica attacchi sembrerebbe non tenere in considerazione il fatto che una donna così vestita costituisce un’allerta immediata per un controllo. Ma è anche vero che la maggior parte degli attentati perpetrati da donne velate o completamente coperte avviene solitamente nei Paesi islamici o a forte composizione multietnica. In aree cioè dove i livelli di rischio sono elevati e l’uso del burqa è alquanto comune quindi chi lo indossa passa spesso inosservato. Si tratta di Paesi come il Dagestan o la stessa Russia e quelli africani per i quali l’esigenza della proibizione ha effettivamente ragione di esistere e di essere presa in considerazione assieme ad altre misure drastiche come la dichiarazione dello stato di emergenza. Nelle ultime settimane molti Paesi del continente africano hanno istituito regole a riguardo e non limitate solo ad alcuni luoghi. Il rischio da quelle parti è talmente alto che non si poteva fare altrimenti. E d’altro canto decisioni del genere determinano un forte impatto a livello sociale. Una intera scuola elementare è stata chiusa perché le famiglie si sono rifiutate in massa di recepire le disposizioni emanate dalla preside.
Una analisi completa circa la proibizione del burqa nei luoghi pubblici non può prescindere dalle conseguenze che essa genererà su tutte le componenti della società a cui viene riferita.
Prima di implementarla bisogna valutare se questa veramente possa essere ritenuta un supporto valido per gli apparati di sicurezza.
Nel 2011 una relazione dell’Asio agenzia di intelligence australiana sottolineava come una soluzione simile avrebbe costituito un intralcio principalmente per i servizi segreti e per la polizia perché la ghettizzazione della comunità islamica, che è la prima conseguenza concreta della proibizione, oltre ad innalzare il livello di tensione avrebbe complicato i rapporti dei musulmani con le istituzioni e compromesso l’attività investigativa che ha nell’uso di infiltrati ed informatori la sua arma migliore . La diffidenza e l’isolamento di cui spesso sono vittime le minoranze sono i primi nemici del lavoro di prevenzione di polizia ed intelligence.
C’è inoltre un risvolto immediato ed insidioso che le proibizioni dei simboli religiosi e delle usanze provocherebbero in quest’era che vede nel risentimento e nella propaganda il punto di forza delle compagini terroristiche. Sentendosi criminalizzati per il solo fatto di essere musulmani o di provenire da Paesi stranieri (ricordiamo che per parecchie donne il burqa è espressione di tradizione più che di obbedienza ad un dettame religioso) molti giovani ma anche persone mature cadrebbero vittime della tentazione di aderire ad un progetto eversivo. Verrebbe risvegliato quel noi contro loro che fa da sfondo alla decisione di partire per le zone di guerra o di mettere in atto propositi di violenza.
Per non parlare poi del fatto che molte donne lo indosserebbero proprio per ribadire la propria identità religiosa e culturale mentre altre non uscirebbero più di casa.
Bene fece il sindaco Brugnaro prima che il prefetto emettesse l’ordinanza, a suggerire che non dovessero essere proibiti né burqa né maschere poiché bastava chiedere alle persone che ne fanno uso di farsi perquisire prima di entrare in luoghi affollati come i musei. Quando sono effettivi tutti i controlli e i sistemi di sicurezza a disposizione allora non c’è bisogno di fare ricorso a delle proibizioni. La decisione del prefetto Cuttaia, che sarebbe stata presa di concerto con il procuratore di Venezia, ha tutto il sapore del solito pasticcio all’italiana. Un timido tentativo di far si che misure straordinarie ma estremamente limitate abbiano un effetto rassicurante sulla popolazione.
Il caso Lombardia non può che essere inquadrato per quello che è. Una maniera di affermare la propria autorevolezza su tematiche di attualità e fare prove di campagna elettorale.

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