sabato 30 maggio 2015

Il non divenire

L'Isis è il divenire del dopo Saddam Hussein, che si è materializzato anche attraverso l'aggregazione e la saldatura di ambiti fondamentalisti che in passato si ispiravano ad altre galassie terroristiche, a partire da Al Qaeda. Si pensi alle espressioni del mondo salafita. 

 Rispondo con una domanda: in questo momento storico qualcuno si è posto il problema di ipotizzare uno scenario nel quale questo scontro fosse vinto dall'Isis? Qualcuno immagina cosa accadrebbe?

Da un punto di vista più generale sono fermamente convinto che con l'acclaramento di tutti i fatti che riguardano l'intelligence e le sue dinamiche riferite al terrorismo internazionale, specie quello di matrice fondamentalista, si avrebbe un beneficio forte e sostanziale. Capire, sapere, conoscere non è certo un danno. Semmai un danno è rinunciare a comprendere.
generale Pollari via globalist

C'è spesso la corsa degli intervistatori all'individuazione del momento della nascita di Daesh.
E la risposta non può ovviamente prescindere dal ruolo che l'intervistato ha o ha avuto nel contesto in cui ha operato.

Daesh nasce a seconda della prospettiva attraverso la quale si analizza il fenomeno.
Tecnicamente in quanto progetto politico e militare il gruppo terroristico trae le sue origini all'interno della prigione di Bucca.
La parte più consistente della leadership i cui nomi oggi sono ben noti ha iniziato a lavorare all'operazione Daesh in quel contesto.
E ha potuto farlo a causa degli errori politici e militari commessi dall'America e dai suoi alleati sin dall'inizio della guerra del Golfo.
Ampie aree di deserto e arsenali enormi lasciati alla mercè di frange di terroristi e milioni di dollari versati senza controllo nelle casse dei governi che si sono succeduti in Iraq, hanno fatto si che il progetto prendesse forma.
Dal punto di vista strettamente ideologico potremmo farne risalire la genesi allo stesso periodo della al Qaeda di Bin Laden.
In fondo al Zarqawi passò un breve ma intenso lasso di tempo in Afghanistan a combattere al fianco dei talebani.
Per quanto acerrimo nemico di al Zawahiri e Bin Laden, fu lì o soprattutto a Peshawar, che i suoi istinti settari si plasmarono.
L'area Af-Pak ci ricorda come l'origine di Daesh sotto l'aspetto teologico risieda nello stesso wahabismo istigatore di odio contro gli sciiti e tutti quelli ritenuti finti monoteisti in generale, che ha tentato purtroppo con successo per decenni di insinuarsi tra le pieghe delle comunità islamiche d'ogni dove.
Il terrorismo in franchising oggi fa si che nonostante il Pakistan cerchi di affrancarsi dall'alleanza con i sauditi, gli attentati che si susseguono su base giornaliera vengano rivendicati da frange che hanno da poco aderito al nuovo marchio estremista.

In realtà conta non tanto stabilire quando e come Daesh sia nato ma come si sia evoluto.
Qual è stato cioè il turning point.
Dalle considerazioni del generale Pollari sembra di capire che egli appartenga a quella schiera di complottisti che ritiene che Washington e qualche altro alleato fossero coscienti anche dell'evoluzione del gruppo, salvo poi girare lo sguardo dall'altra parte perchè tornava comodo .
Conclusione questa, abbastanza logica ma troppo generica.
Conviene affidarsi a Michael Morrell che ovviamente dà una sua versione di comodo che però appare concreta e verosimile.
Ad un certo punto così come vennero a mancare informazioni dal campo sui movimenti di al Qaeda, il che ha permesso loro di tornare oggi più forti e temibili di prima, lo stesso accadde per Daesh in embrione.
La preoccupazione per la Siria di Assad ed errate valutazioni sulle primavere arabe hanno allontanato l'attenzione dalla situazione sul terreno.
E' in fondo quello che sta accadendo in queste ultime settimane.
Daesh continua a fare conquiste importanti in Iraq e Siria perchè siamo preoccupati della situazione in Libia e Yemen e del flusso dei foreign fighters.
Il problema vero è che mancano i frutti del lavoro di intelligence sul territorio che primo tra tutti Daesh vuole conquistare.
Si sa poco o niente di quello che accade sui campi di battaglia ed evidentemente non riusciamo ad infiltrare nessuno o a raccattare doppiogiochisti di peso.

Di pari passo all'evoluzione di Daesh c'è stata quella delle politiche occidentali e degli apparati di intelligence.

L'omicidio di Giovanni Lo Porto avvenuto a più di dieci anni di distanza dal rapimento di Abu Omar, viene a testimoniare come queste due vicende siano espressione piuttosto di una involuzione e di norme e atteggiamenti che caratterizzano un rapporto tanto logoro quanto inefficace sul piano delle politiche mondiali, tra due alleati storici.
Una inchiesta condotta dal Copasir servirebbe come semplice operazione mediatica di cui ormai nessuno sente il bisogno.
Ma soprattutto non ci fornirebbe un quadro preciso delle singole responsabilità dei governi e degli agenti coinvolti che è poi quello che forse può interessare tuttora
Si tratterebbe piuttosto di evidenziare ancora una volta la coralità attraverso la quale si è dipanata quella vicenda.
A questo punto per un funzionario del Sismi che sia stato toccato da quegli eventi converrebbe più agire come la De Sousa ovvero proseguire sul sentiero arduo ma lineare del livello giudiziario per reclamare verità e giustizia.
Sono tutte considerazioni queste che il generale Pollari ha già ponderato.
Ragion per cui adesso si limita a sfruttare l'onda della presunta volontà che qualcuno avrebbe in animo, di riaprire almeno sul piano parlamentare questa brutta pagina della storia italiana.
E' un'onda che gli consente di lanciare messaggi o creare precedenti da mandare a futura memoria.

Gioverebbe invece istituire una inchiesta congiunta svolta da funzionari competenti ed indipendenti, con lo scopo non tanto di accertare verità nebulose e soggettive ma di individuare criticità da cui trarre indicazioni utili e linee guida per il futuro.
Serve però una forte volontà per avviare un discorso del genere.


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