Sembrerebbe essere stata accantonata la pista della rivendicazione da parte di un sedicente portavoce degli Jundullah gruppo di ispirazione qaedista affiliato ai talebani e passato di recente sotto il vessillo di Daesh.
Non è la prima volta che Ahmed Marwat rivendica attentati importanti contro le minoranze etniche e religiose.
Al di là del fatto che sia i talebani che la polizia hanno tutto l'interesse a minimizzarne la figura e i millantati legami finanziari con il gruppo terroristico siro-iracheno, le sue dichiarazioni alla Reuters sono in netta contraddizione con gli elementi in possesso degli investigatori.
Le armi usate e il volantino ritrovato sul luogo della strage per il quale nelle ultime ore è stata rintracciata la tipografia dove è stato stampato, riconducono a due recenti attentati avvenuti nelle scorse settimane che hanno visto presi di mira una insegnante americana e alcuni poliziotti.
La dinamica e le motivazioni (odio contro l'autorità e rigetto verso ogni forma di modernizzazione del Pakistan) fanno pensare ad uno dei tanti gruppi criminali presenti in città. Tra questi vi sono varie organizzazioni di stampo fondamentalista come Lashkar-e-Jhangvi o Ahle Sunnat Wal Jamaat che si rifanno a partiti politici e all'occorrenza agiscono in nome di Daesh o dei Talebani.
Individuarli è importante ma non risolve il problema.
Interessante risulta essere una diplomatica tirata d'orecchi del generale Sharif al direttore dei servizi segreti o meglio alle agenzie, circa un mancato coordinamento . L'invito ad essere "proactive" sembra ormai una presa di coscienza del fatto che la suddivisione dei servizi in divisioni militare e civile rappresenti più un limite che un assetto. E non solo in Pakistan.
L'atteggiamento del governo purtroppo non lascia ben sperare.
Il ministro degli esteri ha rilanciato le accuse all'India .
L'esito delle indagini costituirà l'ennesima strumentalizzazione politica.
Si rifà viva una vecchia conoscenza del mondo dell'intelligence ormai passata alla politica.
Amrullah Saleh da buon afghano non fa mistero del suo odio verso il Pakistan e l'Isi. Forte delle disgrazie del Paese confinante e delle polemiche risvegliate dall'articolo di Hersh su presunte falle all'interno dei servizi di sicurezza pachistani, è tornato all'attacco con accuse risibili.
Saleh è ben lontano dallo spessore professionale e umano di Rizwan Akhtar e l'invidia spesso acceca.
Michael Morrell che oltre ad avere un libro in promozione è uno di quelli che si è dedicato anema e core alla cattura di Bin Laden, ha reagito alle tesi complottiste di Hersh come se gli avessero detto che babbo natale non esiste.
In effetti l'articolo è talmente campato in aria che non si può non ipotizzare che dietro ci sia una regia.
Morrell la attribuisce a diatribe in ambienti pachistani.
Infatti più che le solite bugie americane salta agli occhi come di diecimilaventi parole più della metà siano dedicate alla "disarticolazione" dell'Isi e dei suoi generaloni.
Però in un momento in cui il Pakistan cerca di prendere le distanze da certe logiche politiche e militari, non sarebbe male pensare che forse quel pezzo sia stato voluto da parte americana.
Magari qualche nemico di Jonathan Banks vista la versione che si dà della sua "fuga" da Islamabad o forse lo stesso Banks che proprio uno stinco di santo non deve essere.
Si tenga bene a mente comunque come prima o poi certi accordi sotto banco con l'America o ricostruzioni poco chiare alla fine possano essere strumentalizzati in maniera letale.
Lo tengano a mente il governo italiano e soprattutto i nostri servizi.




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