La requisitoria iniziata ieri dai pubblici ministeri, e che si concluderà presumibilmente nei primi giorni d’Ottobre, con il capitolo dedicato a Vittorio Pisani, ha rispecchiato quella che è stata l'evoluzione di questa vicenda, dalla fase dell’inchiesta vera e propria al dibattimento.
Questo processo, è stato legittimamente definito come il processo Pisani da tutti, addetti ai lavori e non, perché nel momento in cui si è deciso di procedere alla richiesta di rinvio a giudizio del poliziotto Calabrese, le accuse apparivano pesanti come macigni, e c’erano tutte.
C’era il favoreggiamento al clan e ad alcuni dei suoi componenti di spicco, la concussione, la corruzione, il concorso esterno.
Diciamoci la verità :
senza "il mostro" Vittorio Pisani, nessuno si sarebbe accorto che c’era in ballo un processo per riciclaggio e usura, con coinvolgimento dei clan della camorra.
Per dirla alla Schwazer, sono cose napoletane che non stupiscono più di tanto.
La conferenza stampa un po’ gaga’ del procuratore Lepore, che si duole del destino dell’amico, ce la ricordiamo tutti, come tutti anche ricordiamo che a processo è emerso, come egli con fanciullesca ingenuità, non abbia mai dubitato nel corso degli anni, dell’onestà del funzionario.
Tanto se ne fidava, da non porre obiezioni a che il Pisani indagasse su se stesso, anomalia tutta Italiana.
Questo è diventato il processo Iorio-Potenza, dopo le deposizioni di Pisani e di tutti i poliziotti e magistrati, che hanno collaborato con lui.
Che la pubblica accusa, adesso voglia sminuire la portata delle imputazioni, è cosa buona e giusta.
Nella seconda parte della fase dibattimentale, anche se i giornalisti napoletani, forse per timidezza o colpiti dal sole estivo, ce lo hanno a malapena riferito, si è tornati a quella che era l’intenzione iniziale degli investigatori, cioè l’individuazione di un blocco di azioni criminose, sulle quali loro stessi, Pisani in primis, ma anche la procura, la DIA, i tanto amati carabinieri di Napoli e di Castello di Cisterna, il simpatico maggiore Cagnazzo, insomma un po’ tutti, erano mancati per decenni, perché non ci sono mai state prove sufficienti ad avviare indagini.
Come la componente femminile della pubblica accusa, ha tenuto a rimarcare con vigore, sono state le intercettazioni ambientali fatte in casa di don Mario Potenza e le rivelazioni di Salvatore Lo Russo, integrate con quelle degli altri pentiti storici della camorra, che hanno fornito alla fine, una possibilità concreta agli inquirenti, di individuare dinamiche e capitali, frutto di attività illecita.
Bisogna tener presente che il vecchio patriarca, era perfettamente a conoscenza di essere oggetto di intercettazione.
Quindi se da un lato, le registrazioni e le sue stesse ammissioni in sede di interrogatorio, hanno costituito delle basi solide di ricerca, dall’altro, la tracotanza del personaggio, deve indurre ad estrema cautela.
Abbiamo visto come le esternazioni su “o Questore”, si siano poi rivelate una balla colossale, smentita dalla documentazione fornita in merito alla redazione del passaporto.
Il pubblico ministero ha poi giocato un po’, sulla valenza del personaggio Lo Russo, sul quale dovremmo distinguere a sua detta, tra attendibilità e riscontri individuali.
Se per attendibilità, si intende la conoscenza di certi ambienti, delle dinamiche che li caratterizzano, dei personaggi, delle epoche attraversate, allora Lo Russo è decisamente il soggetto più attendibile che ci sia.
Pero’ le sue dichiarazioni sono buone per un libro di Saviano o per una sceneggiatura di una soap della Taodue.
Da un collaborante ci si aspetta di più.
Non dimentichiamo che quest’uomo, poi smentito dalla stessa procura, ha accusato un servitore dello Stato e padre di famiglia, di aver accettato una cifra ingente.
E se questa storia fosse stata vera, oggi staremmo ancora parlando di un poliziotto simbolo della lotta al crimine, che avrebbe preso da un criminale, denaro proveniente da quelle stesse attività, che per anni ha cercato di contrastare.
Io credo che questo elemento, da solo, basti a gettare un velo di dubbio, sull’attendibilità del Lo Russo in questo processo.
Altro è la sua attendibilità, in procedimenti paralleli.
Il pezzo di storia criminale di cui egli si è reso protagonista negli ultimi decenni, è composto da vari tasselli.
Può essere che abbia mentito su alcuni, ma non su altri.
D’altra parte, lo spessore criminale del personaggio, impone tale riflessione.
La questione dei riscontri individuali si pone giustamente, quando si prende in esame la posizione di Damiano Lisena, che rappresenta un po’ il fantasma dell’opera in questo processo.
Se ne parla sempre, forse anche troppo, pero’ non viene chiamato a rispondere di fatti che difficilmente sono verificabili, per come il pentito stesso li pone, e che poco si incrociano con le vicende processuali.
Dispiace che ne venga fuori un ritratto quasi da orco.
Lisena appare come una sorta di Alberto Savi campano.
Pero’ magari il tempo gli renderà giustizia.
Lisena è il trait d’union tra Pisani e i suoi informatori.
A me pare paradossale, usarlo per dimostrare come il dirigente menta.
Che il locale di Massimiliano Iorio fosse una seconda Questura, per la presenza di tanti poliziotti, ma anche di carabinieri e magistrati (Marco Iorio ci ha detto che sia il dott. Amato che il maggiore Cagnazzo erano ospiti abituali), non è motivo di meraviglia. Pare di capire che lo sapesse tutta Napoli.
Forse a un magistrato che ha credo, uno stipendio corposo, cio’ puo’ sembrare strano, ma molti hanno bisogno del secondo lavoro.
Dire che Vittorio mente, perché non sa se Lisena lavorasse effettivamente lì, è francamente un po’ bizzarro.
Sembra che quest’uomo oltre ad essere un Mandrake, dovesse anche svolgere funzioni paterne.
Con tutto il giro di persone e questioni di lavoro, che doveva tenere sotto controllo, ci sta che, o non lo sapesse, o non ricordasse, e quindi ha detto che non gli risultava .
Se questa è una delle prove regine che Pisani è un bugiardo, rimaniamo dubbiosi.
La contestazione sul fatto che non menzioni nelle relazioni di servizio, i regali scambiati con il confidente e addirittura parole ritenute "in codice" (o uaglione, o avvocat) nel corso dei dialoghi con Lo Russo al 41bis, è anche questa una visione fantasiosa di eventi reali.
Sappiamo come non vi sia una norma scritta, che regoli i rapporti confidente-poliziotto.
Quindi Pisani ha sicuramente fatto del suo meglio, nella redazione e catalogazione di quelle relazioni, sottoposte anche al vaglio dei superiori, gente del calibro di Francesco Gratteri, che al di là delle note vicende giudiziarie, è stato referente di ministri, sottosegretari e funzionari di servizi segreti.
Insomma il voler romanzare la valenza della nota relativa alle regalie, che Vittorio stese al procuratore Lepore, in un presunto moto di panico, dopo aver saputo della collaborazione di Lo Russo, sembra una forzatura.
Preciso come è, e conoscendo il personaggio Lo Russo, ha sicuramente intuito che l’accusa che gli avrebbe mosso, e tale è stato, sarebbe stata quella di corruzione.
Per forza di cose, è corso ai ripari.
Non c'era nessun codice tra Pisani e Lo Russo.
Era la normale maniera di interloquire del camorrista.
Divenivano codice, quando era a colloquio con la moglie, ed era quindi chiaro l'intento, sapendo di essere intercettato, di non far conoscere i suoi riferimenti.
Sempre in relazione alle relazioni, la pubblica accusa ci dice che i contenuti delle rivelazioni del Lo Russo a Pisani, non sono servite a nulla.
Innanzitutto, e basta leggerle con attenzione, non è vero che in quelle relazioni ci siano scritte delle banalità. Suggerisco ai pubblici ministeri, come lettura estiva, proprio il testo del Pisani sui confidenti.
E’ un documento facilmente comprensibile anche da persone che non masticano molto di investigazioni.
La notizia che il confidente dà, non è la soluzione di un caso o di un omicidio.
E’ uno spunto dal quale l’investigatore deve partire ed indagare di suo.
E’ lo stesso discorso dell’attendibilità di un pentito.
Il pentito fornisce una chiave generale di interpretazione di eventi e meccanismi, che fanno si che un’indagine inizi.
Poi trovati i riscontri, allora il quadro è completo.
Il confidente dà un indizio. L’investigatore ci deve lavorare sopra.
E’ per quello che una persona che forse è abituata ad avere sul tavolo i risultati finali, fa fatica a trovare una connessione tra la genesi e la fine dell'indagine.
Lo Russo ha riferito quello che riteneva opportuno, quando era confidente, e lo stesso ha fatto da pentito.
Ecco perché, da confidente andava bene non solo al Pisani o alla mobile, ma anche all’ufficio del procuratore, e da pentito va un po’ meno bene.
Lo Russo oggi chiaramente nega, perché quelle relazioni ne sbugiardano la cosiddetta attendibilità.

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