Un pomeriggio di ritorno dal tribunale dopo avere seguito un'udienza del processo ai fratelli Santagata, la curiosità ce l'ho nel sangue, pensai che a casa non avevo niente da mangiare.
Ero talmente stanca e carica di libri di fisica che non riuscii nemmeno a fermarmi a fare spesa alla coop vicino casa. Tanto ho la pasta pensai.
Andai dritta a letto. Dopo le sei iniziai a cucinare.
All'epoca non c'era internet. Le notizie in tempo reale venivano dalle radio e dalle televisioni locali.
Rimasi a bocca aperta . Non avevo sentito niente perchè avevo dormito profondamente.
Dovevo ringraziare Marco Medda. O i carabinieri della traduzione da Opera per il ritardo enorme.
Quel giorno evidentemente Fabio Savi era nervoso.
Nel corso di una rapina alla banca di fianco alla Coop vicino casa mia ci era andato giù duro con un impiegato che aveva tentato di bloccare la porta. Gli sparò in un piede.
Chi ha seguito per trent'anni questa storia sa perfettamente che quando Roberto Savi dice che glielo hanno fatto fare i servizi segreti non racconta la verità. Non spiega di che servizi segreti sta parlando.
E lo fa con la stessa mimica e pause da trent'anni appunto.
Non ci sono solo i morti a ricordare la uno bianca.
C'era la paura di uscire di casa. Di andare in posta o al benzinaio.
Poi è subentrata la paura della polizia.
Ogni volta che uscivi per Bologna di fronte a una pattuglia ti chiedevi se quei poliziotti erano buoni o cattivi.
Era giornalisticamente giusto fare quell'intervista.
Però non era roba sua. E' inutile prendersela con la signora Fagnani.
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