Abbiamo visto tanti nuclei familiari ma un padre che indottrina il figlio, gli paga il viaggio, gli garantisce un sostentamento in Siria, una famiglia cosi' compatta nella radicalizzazione, ancora non ci era capitata. Claudio Ciccimarra
Pare un'atmosfera molto simile a quella dei Khachia.
Il padre non credo avesse combattuto, ma era vicino alla galassia di Abu Omar.
Interessante risulta essere (se riportata in maniera corretta dalla stampa) l'appartenenza a Zenki i cui destini continuano ad incrociarsi con quelli dell'Italia. Per tracciare un profilo più accurato del giovane, sarebbe utile conoscere il percorso e il periodo in cui si è unito agli uomini di Usama Atrash.
Zenki è una formazione nata dai finanziamenti americani e sviluppatasi in orbita turca. Questa genesi gli ha permesso di maturare una coscienza politica che l'ha prima traghettata verso Hayat Tahrir (assieme ad Ahrar al Sham impose come condizione il distacco di Nusra da Al Qaeda) e poi ha fatto sì che tornasse a mettersi completamente al servizio della Turchia. Sono quelli che, assieme ad Hakan Fidan, tramarono per rendere pubbliche le conversazioni tra Al Julani e i suoi comandanti e in più diedero le coordinate dei personaggi di peso di Hayat Tahrir per consentirne l'uccisione. Insomma si misero al servizio di Astana. Il piano era quello di servirsi di HTS per realizzare la de-escalation zone nei territori da loro controllati e contemporaneamente ripulire il gruppo dagli elementi più radicali per usarli in seguito nel corso della fase di spartizione del nord della Siria. Se il babbo conoscesse questa versione dei fatti, che è ormai storia, probabilmente chiamerebbe cane anche lui al pari del figliolo più giovane.
Quello che per un poliziotto è radicalizzazione, in ottica islamica è dovere religioso.
L'aspetto sul quale bisogna puntare, per prevenire partenze e atti terroristici, è che la jihad difensiva è consentita a coloro i quali vengono attaccati e massacrati sul proprio territorio. E comunque in Siria attualmente ci sono talmente tanti combattenti che il problema non è di manodopera ma di coordinamento e di mancanza di interessi comuni. Altro grande impedimento alla conclusione del conflitto, sono le guerre a distanza combattute tra le grandi potenze. Non solo quelle arabe.
Le guide spirituali devono ribadire il concetto che la jihad non è solo di tipo militare ma può essere praticata attraverso tanti piccoli-grandi gesti di cui hanno bisogno i musulmani nelle aree di guerra. La preghiera innanzitutto. L'invocazione (dua) è l'arma più potente che Allah l'Onnipotente e Misericordioso ha concesso al musulmano. Si possono inviare aiuti attraverso le organizzazioni umanitarie autorizzate. Si può e si deve richiamare il proprio governo ad una più attiva partecipazione nell'arena politica mondiale. Questa è la mentalità da stimolare affinché il musulmano risulti veramente integrato e senza rinunciare alla propria identità. Tutti discorsi che purtroppo in Italia non sono stati fatti in concreto.
E' chiaro che, con il perdurare del conflitto e la sempre crescente sensazione che in Occidente non solo non si è graditi ma non vi è modo di praticare la propria religione, la "radicalizzazione" assumerà sempre più contorni familistici. La famiglia è la base della vita per un musulmano molto più che per le altre religioni monoteistiche.
In verità Allah non cambierà quanto di buono c'è nella condizione di un popolo finchè non lo faranno loro per primi. Sura Rad
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